George Bernard Shaw.
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CESARE E CLEOPATRA.
COMMEDIA IN 5 ATTI.
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Traduzione di: Antonio Agresti.
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1927. Arnoldo Mondadori Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Catia Righi per il Progetto Manuzio, iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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Presentazione.
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Questa commedia fu rappresentata la prima volta a Milano nell'aprile del 1917.
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CENNI SULL'AUTORE.
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George Bernard Shaw (Dublino, 26 luglio 1856. Ayot St. Lawrence, 2 novembre 1950)  stato uno scrittore, drammaturgo, linguista e critico musicale irlandese.
Nel 1925 vinse il Premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: per il suo lavoro intriso di idealismo ed umanit, la cui satira stimolante  spesso infusa di una poetica di singolare bellezza. Nel 1939 ricevette l'Oscar alla migliore sceneggiatura non originale per il film Pigmalione, ispirato alla sua omonima commedia;  stato l'unico ad aver vinto sia il Premio Nobel sia il Premio Oscar fino al 2016.
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NOTE dell'Autore.
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LA RICETTA DI CLEOPATRA CONTRO LA CALVIZIE.
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Per amor di brevit in una situazione che la richiedeva, ho fatto raccomandare da Cleopatra, contro la calvizie, il rum. Ho paura che sia un anacronismo: l'unico anacronismo del dramma. Per compensarne i lettori, dar qui un paio delle ricette in cui Cleopatra aveva fede davvero. Le cita Galeno dal libro di Cleopatra sui cosmetici.
"Per le chiazze di calvizie, riducasi in polvere del solfuro rosso d'arsenico e si mescoli con resina di quercia abbondante quanto  possibile. Si applichi sulla parte, dopo averla bene lavata col sapone. Io ho messo nella miscela anche schiuma di nitro; e ha servito bene."
Seguono varie altre ricette, che terminano con la seguente: "Questa  la migliore di tutte, e serve quando i capelli sono caduti, applicata con olio o grasso; serve pure contro la caduta delle ciglia e infine contro la caduta di tutti i peli.  meravigliosa. Topo domestico bruciato, parti una; schegge di vite bruciati, parti una; denti di cavallo bruciati, parti una; grasso d'orso, parti una; midolla di cervo, parti una; corteccia di canne, parti una. Pestare gli ingredienti secchi, e aggiungervi miele quanto occorre per ottenere la consistenza del miele stesso; allora mescolarvi il grasso d'orso e il midollo (fusi), conservare la medicina in una bottiglia di rame e strofinare la parte calva finch i peli non tornano a spuntare".
Circa questi ingredienti, il mio confratello Gilbert Murray, che essendo professore di greco ha applicato all'antichit classica i metodi della scienza pi alta (il mio metodo consiste unicamente nell'indovinare) mi scrive quanto segue: "Di questo testo qualcosa non capisco; e forse non capiva tutto nemmeno Galeno, che cita testualmente le parole della vostra eroina. Schiuma di nitro vuol dire, credo, qualcosa come saponata. Corteccia di canna  una espressione curiosa. Potrebbe voler dire la membrana esterna della canna: non so quale sarebbe la denominazione esatta. Nella seconda ricetta ritengo che sia detto di mescolare prima gl'ingredienti secchi col miele, e poi aggiungere i grassi. Suppongo che Cleopatra preferisse questa cura, perch nelle altre si tratta sovente di lacerare la pelle, pungerla o frizionarla fin che sanguina. Cosa sia da intendere esattamente per schegge di vite non so. Traduco alla lettera".
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APPARENTI ANACRONISMI.
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L'unica maniera di scrivere un dramma che sia capace di dare alla maggioranza del pubblico l'impressione di una cosa antica  di far parlare i personaggi in versi sciolti, ed evitare ogni allusione al vapore, al telegrafo, e anche alle condizioni materiali della loro esistenza. Pi ignoranti sono gli uomini, e pi sono convinti che il loro paesetto e la loro chiesa rappresentano un culmine al quale la civilt  pervenuta dopo secoli di lotte, partendo da un deserto di barbarie. Dalla vita selvaggia si sarebbe passati alla barbarie; da questa alla civilt antica; poscia al Cristianesimo di San Paolo, che divenne a sua volta Cattolicismo; dal Cattolicismo ai Secoli delle Tenebre; e sarebbe venuto finalmente, a portar la luce, l'istinto protestante della razza inglese. Tutto questo cammino si riassumerebbe nella parola Progresso, col P maiuscolo. E qualunque vecchio signore di tendenze progressiste  pronto a giurare che il miglioramento ottenuto da quando lui era ragazzo  stato enorme.
Ora, se si contano quante generazioni di vecchi signori progressisti sono passate, mettiamo, da Platone in poi, e si fa la somma degli enormi progressi successivi che ciascuno ha attestato di aver veduto, si resta immediatamente sorpresi dal fatto inesplicabile che il mondo, anzich aver migliorato in 67 generazioni, tanto da diventare assolutamente irriconoscibile, presenta invece nel Nemico del Popolo di Ibsen uno spettacolo alquanto meno dignitoso che nella Repubblica di Platone. E invero il periodo di tempo che si chiama storico  stato troppo corto, per consentire un progresso percettibile, qual' volgarmente inteso per Evoluzione della Specie. L'idea che si sia fatto un po' di cammino su questa via, dal tempo di Cesare ad oggi (ossia in meno di 20 secoli),  tanto assurda che non merita nemmeno di essere discussa. Tutto ci che la storia ricorda di selvaggio, di barbaro, di tenebroso, eccetera, esiste oggi come in passato.
Un legnaiuolo o un muratore in Inghilterra potr osservarmi che oggi col suo lavoro guadagna il doppio di quanto guadagnava suo padre, e che in confronto alla sua casa nei quartieri suburbani, col bagno, il pianoforte, il salottino e l'album delle fotografie, la casa in cui abitava sua nonna ci farebbe una figura assai brutta. Ma i discendenti dei baroni feudali, che vivono in uno squallido sgabuzzino e guadagnano quindici scellini la settimana, invece di avere castello e rendite principesche, non troveranno che le cose sono modificate in meglio. Tali mutamenti invero non dimostrano nulla. Si  sempre saputo, a memoria nostra, che l'uomo liberamente errante nelle foreste e quello che vive stipato nei formicai urbani, sono due animali differenti; che fra un cane e un pastore si intendono probabilmente meglio che fra un taglialegna o un acquaiolo e un astronomo, e che la selezione sessuale, le delicatezze dell'allevamento, la nutrizione fine e il vivere al riparo dalle intemperie son capaci di produrre una specie d'uomini socialmente incompatibili coll'ordinario lavoratore manuale. Ma la stessa cosa  vera anche pei cavalli e pei cani.  evidente, insomma, che c' modo oggi di mutare assai il mondo accrescendo la percentuale degli individui ben allevati e ben nutriti, cos da riuscire a ricavare il pi e il meglio che di pi d'ogni uomo e d'ogni donna che nasce. Ma tale possibilit c'era al tempo degli Ittiti come c' ora, e non prova affatto che sia vero il comune presupposto che i contemporanei civili degli Ittiti fossero differenti dagli uomini civili dei nostri tempi.
Questa osservazione sarebbe il pi trito dei luoghi comuni, se non fosse che l'ignoranza del passato nel cittadino ordinario si combina con la sua idealizzazione del presente, per falsare il suo giudizio e lusingare la sua vanit. Un libro recentissimo sulla Ferrovia Transiberiana ci descrive il contadino siberiano come un bruto, e l'uomo d'affari in Siberia, volgare e orgoglioso dei suoi quattrini; e l'autore non si accorge affatto che quella fila di casi che egli cita con quel suo tono di disdegno, poteva risparmiarsela scrivendo semplicemente: "I contadini e i plutocrati di provincia sono in Siberia esattamente gli stessi che in Inghilterra". L'ultimo professore che ha scritto sulla civilt dell'Impero d'Occidente nel V secolo si crede autorizzato a sostenere, dopo le sue ricerche, che il Cristiano era un animale di una specie, e il Pagano di un'altra. Quand' cos, perch non sostiene - e implicitamente viene appunto a sostenerlo - che un assassinio commesso con una freccia avvelenata  un atto differente da un assassinio commesso con un fucile Mauser? Tutte queste idee sono illusioni. Si risalga fin che si vuole indietro nella storia, e si troveranno sempre il Cristiano e il Pagano, lo zotico e il poeta, l'anima servile e l'anima eroica, Don Chisciotte e Sancio, Tamino e Papageno, Newton e il boscimano che non sa contare fino a undici, tutti viventi contemporaneamente, e tutti convinti di essere i veri eredi di tutte le et passate e i privilegiati che posseggono la verit (e tutto il resto  eresia da scomunicare); tal quale come li trovate oggi, vivi e verdi, nelle varie nazioni, ciascuna delle quali  la pi eroica e la pi eletta di quante mai ne vennero fuori sotto la cappa azzurra del Cielo eterno.
E poi c' l'illusione dell'"accresciuto dominio sulla natura": il che significa in sostanza che il cotone  a buon mercato e che, invece di far quattro miglia a piedi, l'uomo ne fa dieci in bicicletta. Ma anche se l'accresciuto dominio sulla natura includesse un poco di maggior dominio sopra noi stessi (e questo  l'unico dominio che voglia dire qualcosa, per l'evoluzione verso una specie superiore), resta il fatto che, soltanto con lo scappar via dall'accresciuto dominio sulla natura, verso i luoghi dove la natura domina ancora lei sull'uomo pu questi riaversi dagli effetti del fumo, del fetore, dell'aria viziata, della vita nei formicai urbani col loro frastuono, la loro bruttezza e il loro sudiciume: dagli effetti insomma di tutto ci che gli costa il cotone a buon mercato. Se l'attivit industriale  progresso, la citt dovrebb'essere pi progredita della campagna; e i lavoratori dei campi e gli artigiani dei villaggi dovrebbero essere assai meno mutati rispetto agli schiavi di Giobbe, che non sia il proletariato moderno di Londra, rispetto al proletariato della Roma di Cesare. E invece il proletariato cockney  tanto inferiore alla classe lavoratrice dei villaggi, che Londra si regge soltanto rifornendosi di elementi sempre nuovi dalla campagna. Questo non sembra dimostrare che il mutamento dal tempo di Giobbe in poi sia un progresso, nel senso ordinario della parola: anzi dimostrerebbe proprio l'opposto. Si  un po' accresciuto il patrimonio comune di conoscenze fisiche: ecco tutto.
Un altro argomento. Ammetterebbe l'Inglese d'oggi che l'Americano come essere umano sia superiore a lui? Pongo tale quesito per la ragione che segue. In America la scarsit di mano d'opera ha prodotto uno sviluppo dei mezzi meccanici, ossia un "accresciuto dominio sulla Natura ", tale che molti metodi, oggi seguiti da noi, debbono sembrare poco men che medievali a un cittadino di Chicago il quale cammini coi tempi. Questo equivale a dire che l'Americano ha sull'Inglese una superiorit, proprio della stessa natura di quella che l'Inglese ha sui contemporanei di Cicerone.  disposto l'Inglese a trarre la stessa conseguenza nei due casi? Non credo. L'Americano naturalmente s, e con entusiasmo; ma a lui domander un'altra cosa: "dal momento che di "dominio sulla Natura" un negro dei giorni nostri ne ha pi di quanto ne aveva Giorgio Washington, dobbiamo concluderne, come implicitamente dimostrato dal ragionamento di cui sopra, che l'umanit ha progredito col passare da Washington al negro fin de sicle?
E infine vorrei far osservare che, se l'ideale della vita , sia nella devozione di tutti ad una organizzazione industriale ingegnosa, sia nel successo di questa, noi dovremmo venerare l'ape e la formica (e gli educatori dell'infanzia, questo predicano), e umiliarci davanti all'arroganza degli uccelli d'Aristofane.
La buona ragione dunque, per cui in Cesare e Cleopatra io ignoro l'idea corrente, comunemente accetta, di progresso,  che non c' ragione alcuna di supporre che dal loro tempo ad oggi qualche progresso vi sia stato. Ma anche se io fossi partecipe dell'illusione dominante, non credo che questo avrebbe prodotto alcuna differenza essenziale nel mio lavoro. Io so soltanto imitare l'umanit come la conosco io.
S'ignora se Shakespeare ritenesse che i falegnami, i tessitori e gli aggiustamantici dell'antica Atene fossero in qualcosa differenti da quelli dei tempi elisabettiani; ma  certo che anche se l'avesse creduto non li avrebbe rappresentati differenti; a meno che, invero, non avesse voluto fare il letterato; nel quel caso, per esempio, nel Sogno d'una notte di mezza estate, a Cotogno il legnaiuolo invece delle parole che dice ("C' tutta la nostra compagnia?"), avrebbe fatto dire: "O Gomitolo, era pure Socrate quello che abbiamo incontrato al Pireo, con Glaucone e Polemarco, diretto a casa di Cefalo?...". E cos via.
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CLEOPATRA.
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Cleopatra non aveva che sedici anni quando Cesare and in Egitto; ma in Egitto sedici anni sono una et in cui la donna  pi matura che in Inghilterra. Io ne ho fatto una bambina, ma solo quanto a carattere, non quanto a esperienza: il carattere non dipende dall'et. Anche nei nostri climi oggi si pu osservare un carattere infantile in molte donne di cinquant'anni.  un errore supporre che la differenza fra senno e stoltezza abbia qualche relazione con la differenza fisica fra giovent ed et matura. A settant'anni certe donne son pi giovani della maggior parte delle altre a diciassette.
Bisogna poi anche tener presente che Cleopatra  una regina, non il tipo della dama colta del suo tempo e del suo paese, che ama l'arte e la filosofia greca. Rappresentarla cos sarebbe stato assurdo come fare di Giorgio quarto un tipo che possedesse l'intelletto e la scienza di Isacco Newton.  ben vero che ad Alessandria una ragazza di cultura ordinaria in quel tempo non avrebbe creduto a quelle storie di Romani mangiatori di bambini pi che non crederebbe oggi la figlia di un professore di Oxford cose simili dei Tedeschi (quantunque, notiamo di passaggio, ad Oxford sia possibile dire delle grandi corbellerie sul conto degli stranieri quando siamo in guerra con loro). Ma non c'era nulla che mi obbligasse a credere Cleopatra una donna istruita. Il padre, il celebre suonator di flauto, non era affatto un genitore del detto tipo professorale. E Cleopatra veniva bene da lui.
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BRITANNO.
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Ho notato, nelle persone alle quali ho letto questo dramma ancora manoscritto, la ferma convinzione che un antico britanno non poteva somigliare ad un britanno moderno. Io non vedo perch dovrei accettare tale strana idea.  vero che la conquista romana e quella normanna avranno per qualche tempo modificato il tipo britannico normale, che  un prodotto del clima. Ma Britanno nato prima di quelle due invasioni rappresenta l'indigeno delle Isole non adulterato, quello che le difese contro Cesare, e che dovette fare ai Romani un'impressione molto simile a quella che  presumibile avrebbero fatto i progenitori del dickensiano Mr. Podsnap a un italiano colto dei loro tempi.
Mi dicono che  anti-scientifico trattare il carattere nazionale come un prodotto del clima. Questo dimostra unicamente la gran differenza che c' fra quello che tutti sanno e quel giuoco intellettuale che si chiama la scienza. Noi vediamo, da uomini dello stesso identico ceppo, che parlano la stessa lingua, cresciuti per in paesi differenti, la Gran Bretagna, l'Irlanda e l'America, risultare tre nazionalit che sono fra le pi nettamente distinte che si trovino sotto il sole. Le caratteristiche di razza sono una cosa tutta differente. La differenza fra un ebreo e un gentile non ha che far nulla con la differenza fra un inglese e un tedesco. Le caratteristiche di Britanno sono locali, non di razza. Io ritengo che in un britanno antico esse dovettero essere esagerate; poich la Britannia moderna, diboscata, prosciugata, urbanizzata e quindi cosmopolizzata,  da presumere sia meno caratteristicamente britannica che quella dei tempi di Cesare.
E qui torno a domandare a chiunque, possedendo una conoscenza reale del proprio tempo, abbia studiato la storia sui documenti originali, se egli crede davvero che 67 generazioni di matrimoni promiscui abbiano prodotto una differenza apprezzabile nella fauna umana delle Isole Britanniche. Io certo non ci credo.
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GIULIO CESARE.
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Quanto al personaggio di Cesare, ho deliberatamente evitato il solito anacronismo di ricorrere ai suoi libri, e concluderne che lo stile  l'uomo. Questo vale solo per gli autori che posseggono il genio specifico delle lettere, e che le hanno esercitate tanto a lungo da giungere ad esprimer completamente se stessi con la penna. E anche in questo caso lo stile non  l'uomo, in un'epoca in cui la letteratura si concepisce come un giuoco di stile, e non come un mezzo di esprimere se stessi. Ora Cesare  uno stilista dilettante, che scrive libri di viaggi e descrizioni di campagne in uno stile tanto impersonale, che l'autenticit degli ultimi volumi  messa in dubbio. Rivelano alcune delle sue qualit, esattamente come il Viaggio d'un naturalista intorno al mondo ci rivela alcune delle qualit di Darwin, ma non ci esprime la sua intima personalit. Un inglese d'oggi, che leggesse le opere di Cesare, direbbe che egli fu un uomo dotato di un gran buonsenso e di un gran buongusto, che  quanto dire un uomo senza originalit e senza coraggio morale.
Presentando sulla scena un Cesare molto pi poliedrico dello storico delle Guerre Galliche io non sono stato tratto - spero - in inganno dall'illusione drammatica, alla quale tutti i grandi uomini debbono in parte - e alcuni interamente - la loro gloria. Ammetto che le glorie militari sono le pi discutibili. Borghesi abili, che si danno alla professione delle armi, come Cesare e Cromwell, in et avanzata, strappano la vittoria e la gloria ad avversari cresciuti in quella stessa professione, e ci accade, secondo ogni apparenza, perch le persone veramente capaci che ci si dedicano sono cos poche, che trovarne due nello stesso tempo e nello stesso emisfero  un caso rarissimo. Il valore di un gran capitano vittorioso  quindi, secondo ogni probabilit, un'illusione prodotta dalla incapacit degli avversari che egli si trova contro. In ogni caso, le sue vittorie militari, Cesare poteva anche riportarle senza valere, come cervello, pi di Carlo 12, Nelson o Giovanna d'Arco, che furono, al pari di molti moderni milionari, "figli delle loro opere", de' geni a met, ed ebbero il culto che presso tutti i popoli tocca a certe forme di pazzia. Ma le vittorie di Cesare non furono che la rclame ad una grandezza che altrimenti non si sarebbe imposta alla gente. Cesare  pi grande fuori del campo di battaglia, che sul campo. Nelson, levato dal cassero della nave,  cos incredibilmente insignificante che, quando la battaglia del Nilo gli diede al cervello e la sua condotta divenne per alcuni anni apertamente scandalosa, la differenza non fu tale da esser notata.
D'altra parte si pu dire,  vero, che la pace crea le sue fame illusorie non meno della guerra.  fuor di dubbio che nella vita civile la capacit di lavorare - di ammazzare sotto di s, per cos dire, una dozzina di segretari, come un corriere ammazza una dozzina di cavalli, galoppando alla disperata - permette da sola, ad uomini che hanno le idee degli altri e i pregiudizi dominanti, di lasciarsi indietro tutti i concorrenti nelle lotte dell'ambizione politica. Era questa capacit di lavoro che stupiva Cicerone come la dote pi prodigiosa di Cesare; pi tardi fu essa che stup chi l'osservava in Napoleone, prima di consumarlo. Se Cesare dunque non fosse stato altro che un Nelson e un Gladstone combinati insieme? un prodigio di vitalit senza speciali qualit di mente? anzi, con idee che erano gi "limoni spremuti", prima ancora che egli fosse nato come Nelson e Gladstone? Io ho preso in esame anche questa ipotesi, e l'ho respinta.
Non posso citare tutti gli episodi della vita di Cesare che secondo me dimostrano in lui una autentica originalit; ma voglio rilevare almeno che io ho avuto cura di non attribuirgli altro che originalit. L'originalit d ad una figura umana un'aria di franchezza, di generosit e di magnanimit, perch gli permette di apprezzare il valore della verit, del denaro o del successo, caso per caso, in modo del tutto indipendente dalle solite convenzioni correnti. Egli non dir perci, come far ordinariamente un ministro del tesoro, una menzogna che tutti conoscono per tale (e perci se l'aspettano da lui, come la cosa che il buongusto impone di dire). Le sue menzogne non si scoprono: passano per candide confessioni. Egli comprende il paradosso del denaro, e ne sperpera quando con esso pu ottenere il massimo: in altri termini, quando il valore del denaro  minimo, ossia precisamente quando gli uomini comuni si sforzano di pi per averne. Sa che il vero momento del successo non  quello che pare alla folla. Perci, per produrre un'impressione di completo disinteresse e magnanimit, egli non ha che da agire egoisticamente; e questo  forse l'unico senso nel quale si pu dire che un uomo  naturalmente grande. In questo senso io ho rappresentato Cesare come un grande. Possedendo la virt, non ha bisogno di esser buono. Egli non perdona, non  franco, non  generoso, perch un uomo che  troppo grande per risentirsi non ha nulla da perdonare; un uomo che dice cose che gli altri uomini hanno paura a dire, non ha bisogno di essere franco pi di quanto era Bismarck; e non c' generosit a dare cose che non ci servono a gente di cui contiamo di servirci. Questa distinzione fra virt e bont non  compresa in Inghilterra; onde la scarsit di eroi nel nostro teatro. Il nostro teatro tenta di rappresentare l'eroe con un personaggio buono buono. La bont nel senso, che ha comunemente fra noi, di rinunzia implica che l'uomo per sua natura  cattivo, e che la suprema bont  il supremo martirio. Io, che questa pia massima non l'accetto, non l'ho sostenuta in nessuno dei miei drammi. E in ci seguo il precedente degli antichi miti, che rappresentano l'eroe come trionfatore dei nemici, non ad armi uguali, ma con la spada incantata, col cavallo che  un supercavallo, e con l'invulnerabilit assicuratagli da qualche magia: tutte cose che, dal punto di vista della morale convenzionale, tolgono ogni merito alle sue imprese.
Quanto a spirito, non c' alcuna ragione di credere che Cesare ne mancasse, pi che non ci sia ragione di credere ch'egli fosse sordo o cieco. Si dice che, quando fu assassinato da una congiura di moralisti (son sempre questi moralisti che si fanno un dovere dell'assassinio, sul patibolo o altrove), egli si difese fin che non si vide colpito dal buon Bruto: allora esclam: "Come?!... Anche tu, Bruto!", e non volle pi lottare. Se questo  vero, egli dovette essere un commediante incorreggibile. Ma anche se non accettiamo questa tradizione, o ne accettiamo la tradizionale spiegazione sentimentale, abbiamo sempre abbondanti prove della sua giocondit e della sua audacia. Invero  chiaro da tutta la sua vita che quella che fu chiamata in lui ambizione non era che istinto di esplorazione. C'era in lui molto pi del Colombo e del Franklin che dell'Arrigo Quinto.
Tuttavia non si pu negare a Cesare almeno parte delle qualit che gli ho attribuite. Tutti gli uomini, e tanto pi quelli dello stampo di Cesare, posseggono tutte le qualit fino a un certo grado. La questione veramente interessante  di sapere se la maniera di dare un'impressione di grandezza che ho scelto io  la giusta. Essa non consiste gi nel far che uno abbia a mortificare la propria natura per compiere il proprio dovere, cos come siamo costretti a predicare, dato il nostro sistema di mettere uomini piccoli in posizioni grandi (perch non troviamo nelle famiglie influenti tanti uomini grandi quanti ce ne occorrerebbero). No. La mia maniera consiste invece nel far fare all'uomo grande semplicemente ci che la sua natura lo porta a fare. Perch la questione ne solleva un'altra:  possibile che il mondo segua da 2500 anni o gi di l una morale sbagliata? Molti di noi debbono trovarsi in continuo imbarazzo, osservando come l'Era Cristiana, cos piena di ottime intenzioni, sia risultata in pratica nella storia degli uomini un episodio che fa cos poco onore alla specie. Io mi domando se questo in fondo non sia dovuto alla volgarit sensazionale e sanguinaria delle nostre leggende religiose, con la loro sostituzione dei tormenti fisici grossolani e delle esecuzioni pubbliche a quella ch' la passione dell'umanit. L'Islamismo, col sostituire la volutt ai tormenti (la differenza  solo superficiale,  vero) non ha fatto meglio. Sar forse stato difetto del Cristianesimo non esser riuscito a emanciparsi dalle teorie espiatorie di responsabilit morale, colpa, innocenza, premio, castigo e simili, quello che ha fatto s che il suo tentativo di cambiare il mondo  fallito. Ma son tutti quanti ingredienti inevitabili di tutte quante le filosofie e le religioni, in cui il mondo  creato di fuori invece di esistere di una vita sua. Si possono quindi considerare come il prezzo che dobbiamo pagare per avere una religione veramente accessibile al popolo.
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CESARE E CLEOPATRA.
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COMMEDIA IN 5 ATTI.
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ATTO PRIMO.
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Una notte d'ottobre, alla frontiera fra la Siria e l'Egitto, sulla fine della trentatreesima dinastia, nell'anno 706, secondo il calendario romano, 48 avanti Cristo, secondo il computo dell'Era Cristiana. Un grande bagliore argenteo annunzia che una chiara notte lunare spunta ad oriente. Le stelle e il cielo sereno sono tal quali quelli dei nostri tempi: allora erano di ben diciannove secoli e mezzo pi giovani, e non si direbbe a vederli.
Sotto quel cielo sono due grandi ostacoli alla civilt: un palazzo e dei soldati. Il palazzo  una bassa costruzione assira, di fango intonacato, meno brutta tuttavia del Buckingham Palace. Gli ufficiali che stazionano nel cortile sono pi civili degli ufficiali inglesi moderni. Per esempio, essi non dissotterrano i cadaveri dei loro nemici morti, per mutilarli, come abbiamo dissotterrato Cromwell e il Mahd. I soldati formano due gruppi. Uno, intento alla partita che gioca il capitano Belzanor, un guerriero cinquantenne che, con un ginocchio piegato e l'asta a terra vicino al ginocchio, getta i dadi, avendo per avversario un giovane soldato persiano, dall'aspetto scaltro. L'altro gruppo  raccolto intorno a un soldato della guardia, che ha raccontato or ora una storia salace (che ancora ha credito nelle caserme inglesi), della quale i compagni ridono a crepapelle. Essi sono circa una dozzina, tutti giovani e molto aristocratici egiziani della guardia, riccamente armati e vestiti. Nel loro contegno sono molto diversi dagli attuali soldati inglesi, in quanto non si mostrano vergognosi n impacciati nella loro tenuta marziale. Al contrario, sono ostentatamente e arrogantemente bellicosi, come quelli che si vantano di appartenere alla casta militare.
Belzanor  il tipo del veterano: duro, prepotente, abile e furbo, allorch la forza brutale basta alla bisogna; impotente e fanciullesco, quando quella riesce vana. Potrebbe essere un sergente notevole, un generale incompetente, un dittatore deplorevole. Al giorno d'oggi, e dato che avesse parenti influenti, un moderno stato europeo se ne servirebbe per le due ultime qualit, grazie ai successi ottenuti da lui con la prima. Nel momento di questa azione, egli  piuttosto da compatire, per il fatto che Giulio Cesare invade il suo paese. Siccome per ignora questo fatto, non si preoccupa d'altro che di seguire il suo giuoco col persiano, che egli, sapendolo forestiero, giudica capacissimo di derubarlo.
I subalterni di Belzanor sono bei giovani, il cui interesse al giuoco e al racconto rivela assai chiaro di che s'interessano principalmente nella vita che menano e di cui sono consci. Le loro aste sono appoggiate al muro, o giacciono per terra a portata di mano.
Questo punto del cortile forma un triangolo, un lato del quale costituisce la facciata del palazzo, con un portone; e l'altro  formato da un muro, con un cancello. I novellatori sono dalla parte del palazzo, i giuocatori dalla parte del muro. Vicino al cancello, contro il muro, vi  una grossa pietra squadrata, abbastanza alta da permettere alla sentinella nubiana, appostatavi sopra, di vedere quanto accade al di fuori. Infisse nel muro, son delle torce che illuminano il cortile. Mentre le risate intorno al gruppo del narratore cessano, il persiano inginocchiato vince il tiro, e afferra la posta che  per terra.
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BELZANOR.
Per Api, persiano! I tuoi dei ti hanno in grazia.
IL PERSIANO.
Ritenta la sorte, capitano. Il doppio o la pace.
BELZANOR.
Basta! Non sono in vena.
LA SENTINELLA
mettendo in bilico il giavellotto, mentre si sporge oltre il muro.
Fermo! Chi va l?
Tutti si fermano ascoltando. Una voce risponde di fuori.
LA VOCE.
Un messaggero di sciagure.
BELZANOR,
alla sentinella.
Fallo passare!
LA SENTINELLA,
posando a terra il giavellotto.
Avvicinati, o messaggero di sciagure.
BELZANOR,
intascando i dadi e afferrando l'asta.
Riceviamo quest'uomo con onore. Egli annunzia sciagure.
I soldati della guardia impugnano le aste, e si affollano al cancello.
IL PERSIANO,
alzandosi da terra.
Sono dunque tanto pregiate le cattive notizie?
BELZANOR.
Sappi, barbaro persiano, che in Egitto i messaggeri di buone novelle vengono sacrificati agli dei, per rendimento di grazie. Ma nessun dio vorrebbe accettare il sangue di un messaggero di sciagure. Quando abbiamo buone notizie, si ha cura d'inviarle per lo schiavo di minor prezzo che possiamo trovare sul mercato. I messaggi di sciagure sono invece recati da giovani nobili che desiderano farsi notare.
[Raggiungono gli altri al cancello].
LA SENTINELLA.
Passa, o giovane capitano, e piega il capo, nella magione della Regina.
LA VOCE,
di fuori.
Vai ad ungere il tuo giavellotto di grasso suino, perch prima dell'alba i Romani te lo faranno ingoiare fino all'asta.
Colui che ha parlato, un bellimbusto biondo vestito diversamente dai soldati della guardia ma con altrettanta stravaganza, entra ridendo dal cancello.  polveroso e insanguinato, e il suo avambraccio fasciato si vede fuori della manica strappata. Nella destra tiene una spada romana insanguinata. Si avanza nella corte. Il persiano  alla sua destra, Belzanor alla sinistra, e i soldati della guardia, in folla dietro di lui.
BELZANOR.
Chi sei tu, che osi ridere in casa di Cleopatra, la Regina, e dinanzi a Belzanor, capo delle sue guardie?
IL NUOVO VENUTO.
Sono Bel Affris, e discendo dagli Dei.
BELZANOR,
cerimonioso.
Salve, cugino!
TUTTI,
meno il persiano.
Salve, cugino!
IL PERSIANO.
Tutte le guardie della Regina discendono dagli Dei, o straniero, salvo me che sono persiano, e discendo da molti re.
BEL AFFRIS,
alle guardie.
Salvete, cugini!
[Al Persiano, con degnazione].
Salve, mortale!
BELZANOR.
Siete stato in battaglia, o Bel Affris, e siete un soldato fra i soldati. Non consentirete che le donne della Regina abbiano le notizie per le prime.
BEL AFFRIS.
Non ho notizie, eccetto che fra poco saremo sgozzati tutti, donne, soldati e quanti siamo.
IL PERSIANO,
a Belzanor.
Ve l'avevo detto!
LA SENTINELLA,
che ha udito.
Ahim, misericordia!
BEL AFFRIS,
gridando verso la sentinella.
Calma, calma, povero etope: il destino  nelle mani degli Dei, quelli stessi che ti tinsero nero.
[A Belzanor, accennando il Persiano].
Che cosa vi ha detto questo mortale?
BELZANOR.
Ha detto che il romano Giulio Cesare, sbarcato con pochi seguaci sulle nostre spiagge, si impadronir dell'Egitto: ha paura dei soldati romani, lui
[I soldati della guardia ridono con rumoroso disprezzo],
di questi contadini venuti su per far paura ai corvi e seguire l'aratro: figli di fabbri, di mugnai e di conciapelli. Di fronte a noi, nobili, consacrati alle armi, discesi dagli Dei!...
IL PERSIANO.
Belzanor, gli Dei non sempre sono benigni coi loro parenti poveri.
BELZANOR,
scaldandosi, al persiano.
Uomo contro uomo, siamo forse inferiori agli schiavi di Cesare?
BEL AFFRIS,
intervenendo.
Ascoltate, cugini: uomo contro uomo, noi Egiziani superiamo i Romani di quanto gli Dei superano gli uomini.
I SOLDATI DELLA GUARDIA,
esultando.
Ah ah!
BEL AFFRIS.
Ma questo Cesare non contrappone uomo ad uomo. Egli lancia contro il punto pi debole una legione, come si lancia da una catapulta una pietra: e quella legione  come un sol uomo, con una testa, mille braccia, e nessuna religione. Ho combattuto con essi, e lo so.
BELZANOR,
beffandolo.
Avete avuto paura, cugino?
I soldati della guardia ridono esultanti per lo spirito del loro capitano, e i loro occhi scintillano.
BEL AFFRIS.
No, cugino; ma sono stato battuto. Essi avevano forse paura; ma ci dispersero come pula al vento.
Le guardie, molto abbattute, levano un mormorio di sprezzo e disgusto.
BELZANOR
Non potevate morire?
BEL AFFRIS.
No. Troppo facile, per esser degno d'un discendente degli Dei! Del resto non ci fu neppure il tempo. Fin in un momento. Ci attaccarono proprio l dove meno ce lo aspettavamo.
BELZANOR.
Ci mostra che i Romani sono dei vili.
BEL AFFRIS.
A loro non importa niente della vilt: combattono per vincere. L'orgoglio e l'onore della guerra sono niente per loro.
IL PERSIANO.
Raccontateci, raccontateci. Come and?
LE GUARDIE
fanno circolo, attente a Bel Affris.
S, racconta della battaglia.
BEL AFFRIS.
Sappiate dunque che io sono novizio della guardia del tempio di Re, a Menfi, che non servo n Cleopatra n suo fratello Tolomeo; ma gli Dei celesti, solamente. Noi facemmo un viaggio per domandare a Tolomeo perch aveva obbligato Cleopatra a ritirarsi nella Siria, e come dovevamo regolarci, noi dell'Egitto, col romano Pompeo, recentemente sbarcato sulle nostre spiagge, dopo essere stato sconfitto da Cesare a Farsaglia. Che cosa venimmo a sapere? Che Cesare  per giungere inseguendo accanitamente il suo nemico, e che questo Tolomeo ha fatto uccidere Pompeo e ne tiene in serbo la testa mozza, per offrirla in dono al nuovo conquistatore.
[Impressione fra le guardie].
Oh! ma c' di pi: Cesare  giunto. S! Non avevamo fatto mezza giornata di cammino nel tornare, che tutta la gentaglia d'una citt fuggiva innanzi alle sue legioni, dopo avere tentato invano di opporsi al suo sbarco.
BELZANOR.
E voi, le guardie del tempio, non resisteste a queste legioni?
BEL AFFRIS.
Facemmo ci che era umanamente possibile. Ma essi arrivarono al suono d'una tromba, la cui voce era come la maledizione di una nera montagna. Quindi vedemmo una mobile muraglia di scudi venire verso di noi. Voi sapete come il cuore brucia, quando si assalta una muraglia fortificata, ma non sapete cosa  la muraglia che assalta noi.
IL PERSIANO,
esultando all'udire questo.
Ve lo dicevo io?!
BEL AFFRIS.
Quando la muraglia fu vicina, si cambi in una fila di uomini abbastanza volgari, con elmetto in testa, tuniche di cuoio e corazze. Ognuno di questi uomini lanci il suo giavellotto. Uno mi colp e travers il mio scudo come una foglia di papiro.
[Mostra il braccio fasciato].
Guardate, mi avrebbe forse forato il collo, se io non mi fossi curvato. Essi caricarono cos in doppia fila, e furono su noi con certe spade corte, quasi al momento stesso che i loro giavellotti. Quando un uomo vi  dappresso con una simile spada, voi non potete far niente con le vostre armi: sono troppo lunghe!
IL PERSIANO.
E voi che faceste?
BEL AFFRIS.
Chiusi il pugno e colpii il mio romano, in pieno, alla mascella. Non era che un mortale, dopo tutto, e cadde stordito: io gli presi la spada e colpii all'impazzata.
[Sguainando la spada].
Ecco una spada romana insanguinata.
LE GUARDIE,
con soddisfazione.
Bene!
[Prendono la spada, e se la passano l'un l'altro esaminandola curiosamente].
IL PERSIANO.
E i vostri uomini?
BEL AFFRIS.
Fuggirono, dispersi come pecore.
BELZANOR,
in collera.
Schiavi codardi! Lasciando i discendenti degli Dei a farsi massacrare.
BEL AFFRIS,
con acre freddezza.
I discendenti degli Dei non rimasero per farsi massacrare, cugino. La battaglia non era per i forti, ma la corsa s per i veloci. I Romani, che non hanno cocchi, mandarono un nugolo di cavalieri ad inseguirci. Allora il capitano del nostro gran sacerdote raccolse una dozzina di discendenti degli Dei, e ci scongiur di morire combattendo. Io dissi a me stesso: - Certo, corro molto meno pericolo a restar qui, che affannarmi a fuggire per rimaner poi infilato nella schiena! - Cos raggiunsi il mio capitano, e mi fermai. Allora i Romani ci usarono dei riguardi, perch nessuno assale un leone quando il campo  pieno di pecore, salvo che per l'orgoglio e per l'onore delle armi: roba che i Romani ignorano affatto... Cos ci salvammo la vita. Son venuto qui per avvertirvi che dovete aprire le vostre porte a Cesare. La sua avanguardia  ad un'ora di distanza, e non rimane in piedi un sol guerriero egiziano, fra voi e le sue legioni.
LA SENTINELLA.
Ahim! Sciagura, sciagura!
[Butta a terra il giavellotto, e fugge dentro il palazzo].
BELZANOR.
Inchiodatelo alla porta, subito!
[I soldati della guardia gli si precipitano con le loro aste, ma egli  molto pi veloce di loro].
Ora queste notizie si diffonderanno nel palazzo, come il fuoco nella paglia.
BEL AFFRIS.
Cosa faremo per salvare le donne dai Romani?
BELZANOR.
Perch non ucciderle?
IL PERSIANO.
Perch alcune dovremmo pagarle a prezzo di sangue. Meglio vale lasciare che i Romani le uccidano: sar pi economico.
BELZANOR,
impressionato dalla forte intelligenza del Persiano.
Oh, astuto! Oh, serpente!
BEL AFFRIS.
Ma, e la vostra regina?
BELZANOR.
 vero, dovremo menar via Cleopatra.
BEL AFFRIS.
Non aspettate i suoi ordini?
BELZANOR.
Ordini? da una ragazza di sedici anni?! No davvero! A Menfi la considerate una regina; qui la conosciamo meglio. La prender in groppa al mio cavallo. Quando noi soldati l'avremo messa al sicuro dalle grinfie di Cesare, i sacerdoti e le nutrici e tutti gli altri possono dar ad intendere, come avanti, ch'essa sia la regina, e imbeccarle i loro ordini.
IL PERSIANO.
Ascoltatemi, Belzanor.
BELZANOR.
Parla, o tu, astuto al di l de' tuoi anni!
IL PERSIANO.
Il fratello di Cleopatra, Tolomeo,  in guerra. Vendiamola al fratello!
I SOLDATI DELLA GUARDIA.
Oh, sagace! Oh, serpente!
BELZANOR.
Non osiamo. Eh, no! Noi siamo i discendenti degli Dei; ma Cleopatra discende dal Nilo; e le terre dei nostri padri non frutteranno, se il Nilo non si leva per irrigarle. E senza i doni del nostro Padre, faremo una vita da cani.
IL PERSIANO.
 vero: la guardia della Regina non pu vivere della paga che riceve. Ma ascoltatemi ancora, o progenie di Osiride.
LE GUARDIE.
Parla, o portento. Ascoltiamo la progenie del serpente.
IL PERSIANO.
Sino ad ora ho detto, s o no, la verit riguardo a Giulio Cesare; mentre voi credevate che io scherzassi?
LE GUARDIE.
La verit! La verit!
BELZANOR,
convenendone, sia pur di mala voglia.
Bel Affris l'ha detta del pari.
IL PERSIANO.
Ascoltatemi ancora, dunque. Questo Cesare  un grande amante delle donne. Egli fa di esse le sue amiche e consigliere.
BELZANOR.
Questo dominio di donne sar la rovina dell'Egitto.
IL PERSIANO.
Facciamo piuttosto che sia la rovina di Roma! Cesare ormai invecchia: ha passato la cinquantina ed  pieno di acciacchi e di battaglie. Egli  troppo vecchio per le giovani, e le vecchie sono troppo savie per adorarlo.
BEL AFFRIS.
Bada, persiano! Cesare  a quest'ora quasi a portata di voce.
IL PERSIANO.
Cleopatra non  ancora donna, e non  neppure savia; ma gi turba la saggezza degli uomini.
BELZANOR.
 vero. Questo  perch discende dal fiume Nilo e da una gattina nera, figlia del sacro gatto bianco. E allora?...
IL PERSIANO.
Ebbene, vendetela segretamente a Tolomeo: e poi offriamoci a Cesare quali volontari per combattere, e abbattere il fratello di lei; e riscattare cos la nostra regina, la grande bisnipote del Nilo.
GUARDIE.
Oh, serpente!
IL PERSIANO.
Ci ascolter, se gli andiamo davanti a magnificargli la bellezza di lei; egli vincer ed uccider Tolomeo, e regner su l'Egitto, con Cleopatra per regina, e noi saremo le sue guardie.
LE GUARDIE.
Oh, astutissimo fra tutti i serpenti! Oh, meraviglia! Oh, saggezza!
BEL AFFRIS.
Egli arriver qui prima che abbiate terminato di parlare, o tessitore di parole.
BELZANOR.
 vero!
[Un tumulto pauroso dall'interno del palazzo lo interrompe].
Presto, la fuga incomincia. Fate guardia alle porte.
[Le guardie si precipitano dinanzi alla porta e la sbarrano con le aste abbassate. Una folla di ancelle e di nutrici esce tumultuosamente. Le prime indietreggiano dinanzi alle aste, gridando alle sopravvenienti di fermarsi. Belzanor domina con la voce il tumulto, mentre ordina:]
Indietro, indietro! Rientrate, greggia inutile!
LE GUARDIE.
Indietro, greggia inutile
BELZANOR.
Mandateci Ftatatita, la prima nutrice della Regina.
LE DONNE,
chiamando nell'interno del palazzo.
Ftatatita! Ftatatita! Vieni! Vieni a parlare a Belzanor!
UNA DONNA.
Ferme! Mi buttate contro le aste.
Una enorme donna dall'aspetto arcigno, la faccia coperta da una rete di piccole rughe, dai grandi occhi annosi e perspicaci, dalle mani nodose, alta e robusta, con una bocca di mastino e la mascella di bulldog, appare sulla soglia. Veste come si conviene a un personaggio d'importanza nel palazzo, e con aria tracotante affronta i soldati della guardia.
FTATATITA.
Largo alla prima nutrice della Regina!
BELZANOR,
con arroganza.
Ftatatita, sono Belzanor capitano delle guardie della Regina e nipote degli Dei.
FTATATITA,
rendendogli ad usura arroganza per arroganza.
Belzanor, io sono Ftatatita, la prima nutrice della Regina, ed i vostri divini antenati furono orgogliosi di essere dipinti sulle mura delle Piramidi erette dai re, che i miei padri servivano.
Le donne ridono trionfanti.
BELZANOR,
irridendo con fiero sarcasmo.
Ftatatita, figlia di un camaleonte dalla lingua lunga e dagli occhi guerci, i Romani sono alle porte!
[Un grido di terrore sfugge alle donne, che scapperebbero se non fossero impedite dalle aste].
Neppure i discendenti dagli Dei possono resistere a loro, perch ogni uomo ha sette braccia, ognuna delle quali regge sette aste. Il sangue nelle loro vene  argento bollente, e le loro donne diventano madri in tre ore, e sono sgozzate e mangiate l'indomani.
Un brivido di orrore si leva dalle donne. Ftatatita, spregiandole e beffando i soldati, si spinge verso questi e, impavida, affronta le aste.
FTATATITA.
Allora fuggite e salvatevi, figli di vili dei d'argilla venduti a turpi pescivendoli, e lasciate che noi provvediamo e noi stesse.
BELZANOR.
Non prima che tu abbia obbedito ai nostri ordini, o terrore del sesso mascolino. Menaci Cleopatra, la regina, poi va dove ti pare.
FTATATITA,
ridendo con scherno.
Ora so perch gli dei l'hanno tolta alle nostre mani.
[I soldati della guardia trasaliscono, e si guardano l'un l'altro].
Sappi, o sciocco soldato, che la Regina manca da un'ora dopo il tramonto.
BELZANOR.
Strega! L'hai nascosta per venderla a Cesare o al fratello di lei.
[L'afferra per i polsi, e con l'aiuto di alcuni soldati, la trascina in mezzo al cortile, dove la buttano in ginocchio. Egli sguaina un coltello di forma micidiale].
Dov'? dov'? O...
[Fa atto di sgozzarla].
FTATATITA.
Toccami, cane!... e il Nilo per sette volte sette anni... non si alzer sui vostri campi: dieci lustri di carestia!
BELZANOR,
impaurito ma disperato.
Offrir dei sacrifizi, pregher o piuttosto...
[Al persiano].
A te, uomo sagace: le terre di tuo padre sono ben lontane dal Nilo: uccidila!
IL PERSIANO,
minacciandola col coltello.
La Persia non ha che un dio, ma gli  grato il sangue delle vecchie. Dov' Cleopatra?
FTATATITA.
Persiano, come  vero che esiste Osiride, lo ignoro. L'ho sgridata, dicendole che lei  la causa delle nostre sventure, perch parla con i gatti sacri dei sacerdoti e se li porta in braccio. Le dissi che sarebbe stata abbandonata qui, sola, all'arrivo dei Romani, per punizione della sua disobbedienza, ed ora essa  partita,  fuggita, s' nascosta...  la verit, e chiamo Osiride in testimonio.
LE DONNE,
protestando officiosamente.
 la verit, Belzanor.
BELZANOR.
Hai spaventata la fanciulla, ed essa si nasconde: cercatela subito pel palazzo... frugate ogni angolo.
Le guardie, seguendo Belzanor, entrano nel palazzo traverso l'orda fuggitiva delle donne, che intanto si precipitano fuori per il cancello.
FTATATITA,
gridando.
Sacrilegio! Gli uomini nell'appartamento della Regina! Sa...
[La sua voce si spegne, come il persiano le mette il coltello alla gola].
BEL AFFRIS,
passando la mano sulla spalla di Ftatatita.
Risparmiala ancora un momento, persiano.
[A Ftatatita, con intenzione].
Nonna, i tuoi dei sonnecchiano o sono andati a caccia, e tu hai la spada alla gola. Conducici dov' la Regina, e vivrai.
FTATATITA,
con disprezzo.
Chi arresta la spada in mano ad uno stolto, se gli Dei Superni ve l'hanno messa? Ascoltatemi, o giovani senza intelletto: Cleopatra mi teme, ma teme ancora pi i Romani. Ma v' una potenza che, secondo lei,  pi forte dell'ira della nutrice e delle crudelt di Cesare:  la potenza della Sfinge che posa nel deserto vegliando sulla via del mare. Quello che vuol far sapere alla Sfinge, lo sussurra all'orecchio dei gatti sacri; e nel giorno del suo natalizio fa sacrifizi ad essa, e l'orna di papaveri. Andate dunque nel deserto e cercate Cleopatra all'ombra della Sfinge; e, se male le incoglie, ch'esso ricada sulla vostra testa.
BEL AFFRIS,
al persiano.
Uomo sagace, dobbiamo credere?
IL PERSIANO.
Da qual parte vengono i Romani?
BEL AFFRIS.
Dal mare, attraverso il deserto, passando appunto davanti a questa Sfinge.
IL PERSIANO,
a Ftatatita.
Ah, madre di menzogna! Ah, lingua di aspide! Tu hai inventato questa storia per indurci ad andare nel deserto e perire sulle aste dei Romani.
[Alza il coltello].
Meriti la morte!
FTATATITA.
Non dalle tue mani, ragazzo!
[Gli afferra il piede e fugge strisciando lungo le mura del palazzo e sparendo nelle tenebre, mentre il persiano cade riverso. Bel Affris ride rumorosamente alla caduta del persiano. Intanto le guardie irrompono sulla scena seguendo Belzanor, e miste a molti fuggiaschi, quasi tutti carichi di fagotti].
IL PERSIANO.
Avete trovato Cleopatra?
BELZANOR.
 scomparsa, abbiamo frugato ogni angolo.
SENTINELLA NUBIANA,
affacciandosi alla porta del palazzo.
Ahim, sciagura! Fuggite, fuggite!
BELZANOR.
Che c' ora?
LA SENTINELLA.
Il sacro gatto bianco  stato rubato.
TUTTI.
Sciagura! sciagura!
Panico generale. Tutti fuggono con grida di costernazione. La torcia buttata a terra si spegne. Tenebre. Il rumore dei fuggiaschi si dilegua. Silenzio di morte. Pausa.
Le tenebre e il silenzio si cambiano gradatamente in nebbie argentee e in strane melodie dovute all'arpa di Memnone, toccata dal vento al sorgere della luna che si leva piena sul deserto. Un vasto orizzonte si delinea interrotto da una enorme mole, che presto si riconosce essere la Sfinge emergente dalle sabbie. La luce si fa sempre pi viva, finch si vedono gli occhi vigilanti della immagine, che fissano diritti, in alto innanzi a s con una espressione d'eternit imperterrita. Una massa di colore fra le sue zampe enormi si rivela per un mucchio di papaveri rossi, sotto al quale giace immobile una fanciulla. La serica veste  sollevata dolcemente a intervalli regolari, al calmo respiro d'un sonno senza sogni, mentre le sue trecce scintillano come l'ala d'un uccello.
Improvvisamente si ode da lungi un suono indefinito ma terribile (forse il muggito del Minotauro affievolito dalla distanza?), e la musica di Memnone cessa. Silenzio. Poi squillanti note di trombe. Di nuovo, silenzio. Un uomo s'avanza dal mezzogiorno con passo silenzioso, estasiato dal mistero della notte, tutto meravigliato, e si ferma assorto nella contemplazione, davanti al fianco sinistro della Sfinge, il cui grembo col suo fardello gli  celato dalla spalla massiccia.
L'UOMO.
Ave, Sfinge, Giulio Cesare ti saluta! Ho errato per molte terre, in cerca delle perdute regioni dalle quali la mia nascita in questo mondo mi fece esule, e della compagnia di esseri che m'assomigliassero. Ho trovato armenti e pastori, uomini e citt, ma nessun altro Cesare, nessun clima che io riconoscessi per il mio nativo, nessuno che mi fosse consanguineo; nessuno che sappia compiere le mie azioni del giorno, o pensare i miei notturni pensieri. Nel piccolo mondo quaggi, il mio posto  alto quanto il tuo in questo deserto: soltanto, io erro e tu posi; io conquisto e tu resisti immobile; io opero e mi stupisco, tu vigili e aspetti. Io guardo in su, e sono abbagliato di luce, guardo in basso, e sono ottenebrato, mi guardo intorno, e sono perplesso; mentre i tuoi occhi non si stancano mai di fissare al di l la terra perduta, la patria da cui siamo straniati. Sfinge, tu ed io, stranieri alla razza degli uomini, non siamo stranieri l'uno all'altro. Non sono stato forse conscio di te e di questo luogo da che io sono nato? Roma  il sogno di un folle: questa, la mia realt. Queste tue stelle, io le ho vedute da lungi, in Gallia, in Britannia, in Spagna, in Tessaglia, segnalanti grandi secreti a qualche eterna sentinella quaggi, il cui luogo secreto non seppi mai trovare. Eccola, finalmente, la sentinella... immagine della parte costante ed immortale della mia vita: pensosa, solitaria nel deserto argenteo. Sfinge! Sfinge! Ho asceso di notte le montagne per sentire in lontananza i passi furtivi dei venti che in un turbine infernale... inseguivano le tue sabbie, le nostre creature invisibili, o Sfinge, e ridevan sommessi. La mia via qui fu la via del destino, perch io sono colui del cui genio tu sei simbolo: parte bestia, parte donna, parte dio: in me nulla v' dell'uomo. Ho svelato il tuo enigma, o Sfinge!
LA FANCIULLA
si  destata e ha lanciato una furtiva occhiata dal suo nido, per vedere chi parla.
Vecchio signore!
CESARE,
sobbalzando violentemente e mettendo mano alla spada.
Dei immortali
LA FANCIULLA.
Vecchio signore! Non fuggite!
CESARE,
stupito.
Non fuggite?! Vecchio signore?!... A Giulio Cesare, questo?!...
LA FANCIULLA,
premurosa.
Vecchio signore!
CESARE.
Sfinge, tu approfitti dei tuoi secoli. Sono pi giovane di te, bench tu abbia la voce di bambina.
LA FANCIULLA.
Arrampicatevi quass, e presto, altrimenti sarete mangiato dai Romani che arrivano.
CESARE
si avanza oltre la spalla della Sfinge, e vede la fanciulla.
Una bambina nel suo grembo! Una bambina divina!
LA FANCIULLA.
Su, presto, arrampicatevi e strisciate lungo il fianco.
CESARE,
stupito.
Chi siete?
LA FANCIULLA.
Cleopatra, regina degli Egizi.
CESARE.
Regina degli zingari, volete dire?
CLEOPATRA.
Non mi mancate di rispetto, o la Sfinge lascer che i Romani vi mangino. Salite su, ci si sta molto comodamente.
CESARE,
a se stesso.
Quale sogno! Quale sogno meraviglioso! Ah, che non mi desti, e mi sia dato sognare questo sogno fino alla fine!
[Sale lungo il fianco della Sfinge, e lo si vede sul piedistallo girare intorno alla spalla destra].
CLEOPATRA.
Attento! cos va bene. Ora sedetevi. Potete prendere l'altra zampa.
[Essa si mette a suo agio sulla zampa sinistra].
 molto potente e ci protegger; ma
[Rabbrividendo, e con voce di bimba abbandonata].
non volle interessarsi di me, n tenermi compagnia. Sono contenta che siate venuto: ero cos sola! Avreste, per caso, veduto un gatto bianco?
CESARE,
sedendosi lentamente sulla zampa destra e al colmo della sorpresa.
Lo avete perduto voi un...?
CLEOPATRA.
S, il sacro gatto bianco.  una grande sciagura, non  vero? Lo portavo qui per sacrificarlo alla Sfinge. Ma mi ero di poco allontanata dalla citt, quando un gatto nero lo chiam ed egli mi sfugg dalle braccia per correre da quello.  possibile che il gatto nero fosse la mia bis-bis-bisnonna?
CESARE,
fissandola.
La vostra bis-bis-bisnonna? Eh, perch no? Nulla pu sorprendermi in questa notte di sogni.
CLEOPATRA.
Doveva essere. La bisnonna della mia bisnonna era una gattina nera figlia del sacro gatto bianco, e il Nilo la ebbe per settima moglie. Ecco perch i miei capelli sono cos ondulati. E io voglio fare sempre quel che piace a me, non importa sia o no gradito agli Dei; perch il mio sangue  fatto con acqua del Nilo.
CESARE.
Cosa fate qui, a quest'ora della notte? Abitate qui?
CLEOPATRA.
Ma no: sono la Regina, ed abiter nel palazzo reale ad Alessandria, quando avr ucciso mio fratello che me ne scaccia. Quando sar grande, voglio fare quel che piace a me: potr avvelenare gli schiavi e veder come si torcono, e minacciare Ftatatita di farla chiudere in una fornace ardente.
CESARE.
Hum! Ma intanto perch non siete in casa, a letto?
CLEOPATRA.
Perch i Romani vengono per mangiarci tutti. E neppure voi siete in casa, a letto.
CESARE,
con convinzione.
S che lo sono! Vivo sotto una tenda, e ora sono sotto quella tenda, bene addormentato, e sogno. Pensate forse che io vi creda realt, voi, inverosimile streguccia di sogno?
CLEOPATRA
ride e si piega con confidenza verso di lui.
Siete un vecchio signore molto buffo: mi piacete.
CESARE.
Ahi! Questo guasta il sogno. Perch non sognate che io sono giovane?
CLEOPATRA.
Vorrei che lo foste; ma credo che allora avrei pi paura. Mi piacciono gli uomini, soprattutto i giovani con le braccia forti e rotonde; ma ne ho paura. Voi siete vecchio, e piuttosto magro e nervoso; ma avete una voce simpatica, e mi piace avere qualcuno con cui parlare, sebben mi sembri che voi siate un po' matto.  forse la luna che vi fa parlare da solo, in quel modo...  sciocco, sapete?...
CESARE.
Come! Avete udito? Io dicevo le mie orazioni alla Grande Sfinge.
CLEOPATRA.
Ma questa non  la Grande Sfinge.
CESARE,
disilluso, guardando, in alto, la statua.
Come?!...
CLEOPATRA.
Ma no; questa  una cara gattina di sfinge. La Grande Sfinge  cos grande che ha un tempio fra le sue zampe. Questa  la mia sfinge prediletta. Ditemi: credete che i Romani abbiano maghi capaci con le loro stregonerie di allontanarci dalla Sfinge?
CESARE.
Perch? Avete paura dei Romani?
CLEOPATRA,
molto seria.
Certo! Ci mangerebbero se ci prendessero: sono dei barbari. Il loro capo si chiama Giulio Cesare. Suo padre era una tigre maschio e sua madre una montagna ardente. Il suo naso  simile alla proboscide di un elefante.
[Cesare si tocca involontariamente il naso].
I Romani hanno tutti il naso lungo, le zampe di avorio e una coda piccola, e sette braccia con cento frecce per mano: si nutrono di carne umana.
CESARE.
Vi piacerebbe se vi mostrassi un vero romano?
CLEOPATRA,
atterrita.
No. Mi fareste spavento.
CESARE.
Non ci badate. Questo non  che un sogno.
CLEOPATRA,
vivamente.
Non  un sogno, non  un sogno! Provate, provate.
[Si toglie una forcina dai capelli, e gli punge ripetutamente un braccio].
CESARE.
Fff... Basta...
[Con ira].
E come osate?
CLEOPATRA,
confusa.
Dicevate: -  un sogno... -
[Piagnucolando].
Volevo soltanto provarvi che no.
CESARE,
con dolcezza.
Andiamo, andiamo! Non piangete: una regina non deve piangere.
[Si frega il braccio, sorpreso della realt della puntura].
Sono desto.
[Colpisce la Sfinge con la mano, per provarne la solidit, e ne  cos colpito che comincia ad allarmarsene, e dice perplesso:]
S,  vero.
[Preso dal panico].
Ma no,  impossibile: pazzie, pazzie!
[Disperato].
Al campo! Al campo!
[Si alza per saltar gi dal piedistallo].
CLEOPATRA,
atterrita, gettandogli le braccia al collo.
No, non dovete lasciarmi. Non dovete andar via. Ho paura, ho paura dei Romani.
CESARE,
costretto a persuadersi di essere ben desto.
Cleopatra, vi riesce bene di vedere la mia faccia?
CLEOPATRA.
S:  cos bianca al chiaro della luna.
CESARE.
Siete certa che  solo la luna che mi fa sembrare pi bianco di un egiziano?
[Duro].
Avete osservato che io ho il naso piuttosto lungo?
CLEOPATRA,
indietreggiando colpita da un orribile sospetto.
Oh!...
CESARE.
 un naso romano, Cleopatra.
CLEOPATRA.
Ah!
[Grida e scatta in piedi. Si slancia di l dalla spalla sinistra della Sfinge, poi scivola ginocchioni sulla sabbia. In atto di preghiera, e strillando perdutamente].
Mordilo, spezzalo in due, o Sfinge. Volevo sacrificarti il gatto bianco... davvero, io...
[Cesare, sceso dal piedistallo, le tocca la spalla].
Ah!
[Essa nasconde la testa fra le braccia].
CESARE.
Cleopatra, volete che vi insegni io come fare perch i Romani non vi mangino?
CLEOPATRA,
afferrandosi a lui disperatamente.
Oh! S! S! Ruber i gioielli di Ftatatita, e ve li regaler. Far che il Nilo irrighi le vostre terre due volte l'anno.
CESARE.
Zitta, zitta, bambina! I vostri dei temono i Romani. Vedete? La Sfinge non osa mordermi n impedirmi di portarvi a Giulio Cesare.
CLEOPATRA,
supplice.
Non lo farete: avete detto che non lo avreste fatto.
CESARE.
Cesare non mangia mai le donne.
CLEOPATRA,
balzando in piedi incoraggiata.
Come?!
CESARE,
in tono significativo
Ma mangia le bambine!
[Essa ricade].
E le gatte! Ora, voi siete una bambina pazzerella, e discendente dal gattino nero. Siete appunto bambina e gatto insieme.
CLEOPATRA,
tremando di terrore.
E mi manger, me?
CESARE.
S, a meno che non riusciate a fargli credere che siete una donna.
CLEOPATRA.
Oh! Ci vorrebbe uno stregone che mi convertisse in donna! Siete stregone voi?
CESARE.
Forse. Ma ci vorr molto tempo, e questa notte stessa dovete trovarvi faccia a faccia con Cesare, nel palazzo dei vostri padri.
CLEOPATRA.
No, no: non ho coraggio
CESARE.
Qualunque sia il terrore interno dell'anima vostra, per quanto Cesare vi spaventi, dovete affrontarlo da donna coraggiosa e da regina potente, e non dovete aver paura. Se la vostra mano tremer, se vi mancher la voce, allora... buio e morte...
[Essa geme].
Ma se egli vi trover degna di regnare, vi metter sul trono al suo fianco, e far di voi la vera regina dell'Egitto.
CLEOPATRA,
disperata.
No! Se n'avvedr, indoviner tutto.
CESARE,
piuttosto malinconicamente.
No: si lascia facilmente ingannare dalle donne. I loro occhi lo abbagliano, e non le vede quali sono, ma quali vorrebbe che fossero.
CLEOPATRA,
con un raggio di speranza.
Allora lo inganneremo. Mi metter la parrucca di Ftatatita, ed egli mi creder proprio una vecchia.
CESARE.
Se farete cos, vi manger in un boccone.
CLEOPATRA.
Ma gli dar un dolce, col mio opale incantato e sette peli del gatto bianco cotti dentro, e...
CESARE,
bruscamente.
Sei una sciocca. Manger il tuo dolce e te insieme.
[Si allontana sprezzante da lei].
CLEOPATRA,
correndogli dietro e attaccandosi a lui.
Oh, no, senti! senti!... Far quanto mi dite: sar buona, sar la vostra schiava...
[Di nuovo il terribile muggito risuona attraverso il deserto, ma pi vicino.  la buccina, la tromba di guerra dei Romani].
CESARE.
Hai udito?
CLEOPATRA,
tremante.
Che cos' ?
CESARE.
La voce di Cesare.
CLEOPATRA,
tirandolo per la mano.
Ho paura, io! Vieni, vieni! Fuggiamo, fuggiamo!
CESARE.
Siete al sicuro con me. Finch non sarete sul vostro trono per ricevere Cesare. Ora, menatemi l, al trono. Andiamo!
CLEOPATRA,
ben lieta di andarsene.
S, s: andiamo, andiamo!
[La buccina suona di nuovo].
Gli Dei sono adirati. Sentite come trema la terra?
CESARE.
 il passo delle legioni di Cesare.
CLEOPATRA,
tirandolo dietro a s.
Di qua, presto. E cercheremo il gatto bianco, strada facendo:  lui che vi ha tramutato in romano.
CESARE.
Incorreggibile! Via!
Egli la segue mentre il suono della buccina si fa sempre pi alto, attraverso il deserto. La luna scompare. L'orizzonte si fa di nuovo buio contro il cielo, rotto solamente dal fantastico profilo della Sfinge Il cielo stesso scompare nelle tenebre, in cui nulla si rileva, finch il brillare d'una lontana torcia non illumina i grandi pilastri egizi che reggono il soffitto d'un corridoio. In fondo al corridoio appare uno schiavo nubiano che regge quella torcia. Cesare, sempre condotto da Cleopatra, la segue. Si avanzano per il corridoio; Cesare osserva con interesse la strana architettura e le grandi ombre gittate dai pilastri, ombre che al suo passaggio scorrono indietro silenziose, mentre immagini di uomini alati dalle teste di falco, e di enormi gatti neri di marmo sembrano entrare e uscire all'agguato. Alla fine, il muro fa angolo e si apre in una spaziosa navata, ove Cesare scorge, alla sua destra, un trono; dietro il trono, una porta; ai lati, sottili colonne reggono lampade.
CESARE.
Che luogo  questo?
CLEOPATRA.
 qui che sto seduta sul trono, quando mi si permette di portare la corona e il manto regale.
[Lo schiavo solleva la torcia per mostrarlo].
CESARE.
Date ordine allo schiavo di accendere la lampada.
CLEOPATRA,
timidamente.
Credete che possa?
CESARE.
Ma certamente: siete la Regina!
[Essa esita]
Avanti!
CLEOPATRA,
timidamente allo schiavo.
Accendete tutti i lumi.
FTATATITA
appare improvvisamente dietro il trono.
Fermatevi!
[Lo schiavo si arresta. Essa si volge severa verso Cleopatra, che trema come una bambina colta in fallo].
Chi  questi che vi accompagna? e perch osate dare ordini di accendere i lumi senza il mio permesso?
[Cleopatra  ammutolita dalla paura].
CESARE.
Chi  codesta donna?
CLEOPATRA.
Ftatatita.
FTATATITA,
con arroganza.
Prima nutrice della...
CESARE,
troncandole la parola in bocca.
Parlo alla Regina! Silenzio!
[A Cleopatra].
 cos che i vostri servi sanno stare al loro posto? Mandatela via!
[Allo schiavo].
E voi, eseguite gli ordini della Regina.
[Lo schiavo accende le lampade; Cleopatra sta esitante, timorosa di Ftatatita].
Voi siete la Regina: mandatela via!
CLEOPATRA,
d'un tono carezzevole.
Cara Ftatatita, dovete andare via: per un momentino.
CESARE.
Non le avete imposto di andarsene: l'avete pregata. Non siete regina. Sarete mangiata. Addio!
[Fa per andarsene].
CLEOPATRA,
afferrandolo.
No, no, no... non mi lasciare...
CESARE.
Un romano non rimane presso le regine che temono i loro schiavi
CLEOPATRA.
Non ho paura. Davvero, davvero, non ho paura.
FTATATITA.
Vedremo chi ha paura qui dentro.
[Minacciosa].
Cleopatra!
CESARE.
In ginocchio, donna! in ginocchio! Sono forse anche io una bambina, che osi prenderti gioco di me?
[Addita il suolo ai piedi di Cleopatra. Ftatatita, mezza domata, mezza ribelle, esita. Cesare chiama il nubiano].
Schiavo!
[Il Nubiano si avanza].
Di', sei capace di mozzare una testa?
[Il nubiano annuisce e ghigna estasiato, mostrando i denti. Cesare prende la sua spada per la guaina pronto a porgerne l'impugnatura al nubiano, e si volge di nuovo verso Ftatatita, ripetendo il cenno verso il suolo].
Avete messo giudizio, signora?
Ftatatita, domata, s'inginocchia ai piedi di Cleopatra, che non crede ai propri occhi.
FTATATITA,
con voce roca.
O Regina, non dimenticarti della tua serva nei giorni della tua gloria.
CLEOPATRA,
accesa e concitata.
Via, fuori! Va via!
[Ftatatita si alza a testa china; e indietreggia verso la porta. Cleopatra osserva beata la sua sottomissione quasi battendo le mani tremanti. Improvvisamente esclama]:
Datemi qualche cosa per batterla.
[Afferra dal trono una pelle di serpente e, brandendola in aria a mo' di frusta, si precipita dietro a Ftatatita. Cesare balza avanti, e riesce ad afferrarla e trattenerla, mentre Ftatatita fugge].
CESARE.
Graffiate, dunque, gattina!
CLEOPATRA,
sfuggendo a Cesare.
Voglio picchiare qualcuno. Picchier lui.
[Afferra lo schiavo].
L, l, l.
[Lo batte, e lo schiavo fugge lungo il corridoio e scompare. Essa butta la pelle di serpente sui gradini del trono agitando le braccia e gridando]:
Sono una vera regina, finalmente! una regina davvero, davvero! la regina Cleopatra!
Cesare scuote la testa con aria dubbiosa, come se i vantaggi di un tale cambiamento gli sembrino discutibili dal punto di vista del benessere generale dell'Egitto. Essa si volge e lo guarda con esultanza; poi scende a salti dai gradini, e gli getta le braccia al collo entusiasmata.
CLEOPATRA.
Ah! Vi amo perch avete fatto di me una regina.
CESARE.
Ma le regine amano soltanto i re.
CLEOPATRA.
Far re tutti gli uomini che amer. Ti far re. Avr molti giovani re dalle braccia tornite, robuste, e quando ne sar stanca, li far frustare a morte; ma voi sarete sempre il mio re, il mio buono, gentile, saggio, il mio caro vecchio re.
CESARE.
Oh, le mie rughe! le mie rughe! e il mio cuore di fanciullo. Sarete la pi pericolosa delle conquiste di Cesare.
CLEOPATRA,
inorridita.
Cesare! Mi ero scordata di Cesare.
[Ansiosa].
Gli direte che sono una regina, nevvero? Una vera regina! Ascoltate!
[Essa lo carezza furtivamente].
Fuggiamo via senza farci scoprire, fintanto che Cesare sia andato via.
CESARE.
Se temete Cesare, non siete una vera regina; ed in questo caso, anche se voi vi celaste sotto una piramide, egli vi andrebbe dritto dritto, la solleverebbe con una mano... e allora...
[Digrigna i denti].
CLEOPATRA,
tremante.
Oh!
CESARE.
Abbiate paura, se l'osate!
[Le note della buccina risuonano di nuovo in distanza. Cleopatra geme di terrore. Cesare se ne rallegra esclamando:]
Ah ah! Cesare si approssima al trono di Cleopatra.
[Egli la prende per mano, e la conduce al trono. Essa  troppo smarrita per parlare].
Ol! Titatota! Come chiamate i vostri schiavi?
CLEOPATRA,
abbattuta si abbandona sul trono, e vi si accovaccia tremante.
Battete le mani!
[Cesare batte le mani, e Ftatatita si presenta].
CESARE.
Recate le vesti della Regina, e la sua corona, e fate venire le sue ancelle ad acconciarla.
CLEOPATRA,
cominciando a riaversi.
S, la corona, Ftatatita: mi metter la corona.
FTATATITA.
Per chi deve pararsi la Regina?
CESARE.
Per un cittadino romano: un re di re, Totatita.
CLEOPATRA,
pesta i piedi.
Perch ti permetti d'interrogare? Va, e obbedisci.
[Ftatatita esce con un sorriso stizzoso. Cleopatra continua con ardore a Cesare:]
Cesare si accorger che io sono una regina, quando vedr le mie vesti e la corona: non  vero?
CESARE.
No. Come potr egli sapere che non siete una schiava travestita da regina?
CLEOPATRA.
Voi glielo dovete dire.
CESARE.
Egli non lo domander a me. Egli riconoscer Cleopatra, alla fierezza, al coraggio, alla maest, alla bellezza di lei.
[Essa si mostra dubbiosa].
Tremate?
CLEOPATRA
rabbrividendo di spavento.
No... io... io...
[Con voce fievole].
No...
FTATATITA
entra seguita da tre donne.
Di tutte le donne della Regina non restano che queste tre. Le altre sono fuggite.
[Incominciano a vestire Cleopatra, che lascia fare, pallida e immobile].
CESARE.
Va bene, va bene. Tre bastano: il povero Cesare deve quasi sempre vestirsi da s.
FTATATITA,
sprezzante.
La regina d'Egitto non  un barbaro romano.
[A Cleopatra].
Siate coraggiosa, bambina mia. Tenete alta la testa dinanzi a questo straniero.
CESARE,
ammirando Cleopatra e posandole la corona sulla testa.
 amaro o dolce essere regina, o Cleopatra?
CLEOPATRA.
Amaro.
CESARE.
Mettete da parte la paura, e conquisterete Cesare... Tota, sono vicini i Romani?
FTATATITA.
Son qui, e la guardia  fuggita.
LE DONNE,
piangendo sommessamente.
Sciagura, sciagura!
Il Nubiano arriva, correndo, dal corridoio.
IL NUBIANO
I Romani sono nel cortile!
[Egli fugge dalla porta e le donne gridando lo seguono. La mascella di Ftatatita esprime un'energia selvaggia. Rimane l immota. Cleopatra a malapena si trattiene dal seguire le donne. Cesare l'afferra pel polso, e la fissa con fermezza. Essa  come una martire].
CESARE.
La Regina dovr stare sola in faccia a Cesare. Dite come me: - Cos sia! -.
CLEOPATRA,
pallida.
Cos sia!
CESARE,
lasciandola.
Va bene!
[Si ode il tumulto e il calpestio di molti armati. Il terrore di Cleopatra cresce. La buccina risuona prossima, seguita da un formidabile clangore di trombe. Cleopatra non resiste pi. Con un grido si lancia verso la porta. Ftatatita la ferma spietatamente].
FTATATITA.
Siete la mia figlioccia. Avete detto: - Cos sia -, e se anche doveste morire, dovete mantenere la parola vostra di Regina.
[Consegna Cleopatra a Cesare, che la prende per le spalle e la mena al trono, mentre essa  quasi fuori di s dallo spavento].
CESARE.
Ora, se tremate!..
Egli siede sul trono a fianco a lei. Essa  in piedi sul gradino, quasi incosciente, aspettando la morte. I soldati romani entrano tumultuosamente dal corridoio, condotti dai vessilliferi con l'aquila e dal buccinatore, un giovinotto robusto, che porta il suo strumento intorno al torso, con la bocca di bronzo foggiata a testa di lupo urlante. Quando i soldati arrivano alla navata, fissano attoniti il trono. Poi si schierano in ranghi ordinati innanzi ad esso; sguainano le spade, e le agitano in alto gridando:
Ave, Caesar!
Cleopatra si volge, e guarda Cesare con gli occhi stralunati. Si raccapezza, e con un singhiozzo di sollievo cade nelle braccia di lui.
...
.
...
ATTO SECONDO.
...
.
...
Ad Alessandria. Una sala del primo piano del palazzo, che d su una loggia, cui si accede per mezzo di due gradini. Attraverso gli archi della loggia, si scorge il Mediterraneo splendente al sole mattutino. Le alte mura affrescate rappresentano un corteggio della teocrazia egiziana. Le figure, dipinte di profilo a mo' di semplice decorazione, senza chiaroscuri, e l'assenza di specchi, di false prospettive e di grevi tappezzerie e di stoffe, conferiscono alla sala un aspetto bello, igienico, semplice e fresco o, come direbbe un ricco industriale inglese, povero, nudo, ridicolo e privo di comodi. Perch la civilt di Tottenham Court Road sta a questa civilt egiziana nello stesso rapporto che la perlina e il tatuaggio stanno alla civilt di Tottenham Court Road.
Il giovine re Tolomeo Dionisio, di 10 anni, in cima ai gradini sta per entrare dalla loggia condotto a mano dal suo tutore, Potino. La corte  radunata per riceverlo, composta di uomini e donne, alcune delle quali funzionarie, di vario colore e razza; in maggioranza Egiziani, alcuni relativamente chiari di colorito, abitanti del Basso Egitto; altri, pi bruni, dell'Alto. Vi sono pochi Greci ed Ebrei. In mezzo ad un gruppo a destra di Tolomeo, Teodoto, suo maestro, si fa notare. Un altro gruppo, a sinistra di Tolomeo,  capitanato da Achillas, il comandante delle truppe di Tolomeo. Teodoto  un piccolo vecchio rattrappito e rugoso, ma dall'alta fronte eretta, pi ampia del resto della faccia. Egli ha il contegno accorto e riflessivo d'una gazza, e ascolta quel che gli altri dicono con l'interesse sarcastico d'un filosofo assistente alle esercitazioni dei suoi discepoli.
Achillas  un uomo alto e di bell'aspetto, di 35 anni, con una bella barba nera, ricciuta come il vello di un can barbone. Non pare intelligente, ma fine e dignitoso.
Potino  un uomo robusto, sulla cinquantina:  un eunuco appassionato, energico, svelto; ma di carattere e di mentalit volgari, impaziente e incapace di dominarsi. Ha una bella e folta capigliatura fulva.
Il re Tolomeo appare molto pi maturo di un ragazzo inglese di dieci anni; ma ha l'aria infantile, come di chi  avvezzo ad esser sempre sorretto colle dande, quel certo strano miscuglio di impotenza e di petulanza, quell'aspetto di uno sempre eccessivamente lavato, pettinato, vestito da mani altrui, che hanno tutti i principi educati a corte, in tutti i secoli.
I presenti accolgono il Re inchinandosi. Egli scende i gradini, va ad una seggiola di parata, che  alla sua destra:  l'unica che sia nella sala. Arrivando dinanzi ad essa, guarda nervosamente Potino, come aspettando istruzioni da lui, che siede alla sua sinistra.
...
.
...
POTINO.
Il Re d'Egitto ha la parola.
TEODOTO,
con voce stridula che egli rende imponente a forza di persuasione.
Silenzio, parla il Re
TOLOMEO,
senza espressione, ripetendo evidentemente una lezione.
Sappiate tutti. Io sono il primogenito di Aulete, il suonatore di flauto che fu vostro Re. Mia sorella Berenice lo cacci dal trono, e regn in sua vece; ma... ma...
[Esita].
POTINO,
suggerendo prontamente.
Gli Dei non vollero tollerare...
TOLOMEO.
S... gli Dei non vollero tollerare... tollerare...
[Si ferma avvilito].
Non ricordo che cosa gli Dei non vollero tollerare.
TEODOTO.
Che Potino, tutore del Re, parli invece del Re.
POTINO,
frenando a stento la sua impazienza.
Il Re voleva dire che gli Dei non vollero tollerare che la empiet di sua sorella restasse impunita.
TOLOMEO,
rapidamente.
S, mi ricordo il resto.
[Riprende la filastrocca].
Per conseguenza gli Dei mandarono uno straniero, un certo Marcantonio, un romano, capitano di cavalieri. Egli venne attraverso il deserto, e rimise mio padre sul trono; e mio padre prese mia sorella Berenice e le fece tagliare la testa: ed ora che mio padre  morto, un'altra delle sue figlie, mia sorella Cleopatra, vorrebbe strapparmi il regno e regnare in mia vece, ma gli Dei non vollero tollerare...
[Potino tossisce in segno di avvertimento]
...gli Dei... gli Dei... non vollero tollerare...
POTINO,
suggerendo.
Non vogliono perpetuare...
TOLOMEO.
Ah, s!... Non vogliono perpetuare tale iniquit. Essi daranno la testa di lei alla scure, come quella di sua sorella. Ma ella con l'aiuto della strega Ftatatita ha incantato il romano Giulio Cesare, e lo ha persuaso a sostenere le false pretese di lei alla corona d'Egitto. Sappiate che io non tollerer... non tollerer...
[Imbizzito a Potino].
Che cos' che io non tollerer?
POTINO,
che non sa frenarsi pi, irrompendo con tutta la forza della sua passione politica.
Il Re non tollerer che uno straniero lo privi del trono del nostro Egitto.
[Dalla folla partono grida di plauso].
Dite al Re, o Achillas, quanti soldati e cavalieri seguono il Romano?
TEODOTO.
Ascoltate il generale del Re.
ACHILLAS.
Due sole legioni romane, o Re: tremila soldati, e appena un migliaio di cavalieri.
La corte scoppia in una risata di scherno e un grande chiacchierio incomincia fra i cortigiani. In questo mentre Rufio, ufficiale romano, appare sulla loggia.  un uomo tarchiato di mezza et, dalla barba nera, parco di parole, energico e rozzo, con piccoli occhi vividi, il naso e le guance pienotte, che, al pari di tutto il resto della sua carne, son dure come ferro.
RUFIO,
dalla loggia.
Silenzio cost!
[Il riso e il cicaleccio cessano bruscamente].
Cesare si avvicina.
TEODOTO,
con molta presenza di spirito.
Il Re permette al comandante romano di entrare.
Cesare entra dalla loggia.  vestito con semplicit: ma porta una corona di quercia per celare la calvizie.  accompagnato da Britanno, suo segretario, un bretone sulla quarantina, alto, solenne e gi un po' calvo, con folti baffi castano-chiari spioventi sulla bocca e piegati in modo che le loro estremit si confondono in un paio di favoriti tenuti con molta cura.  vestito con ricercatezza di un abito turchino, tiene un portafogli e, legato alla cinta, un corno per l'inchiostro e una penna di canna. La sua aria grave e cosciente dell'importanza degli affari presenti contrasta singolarmente con l'interesse bonario che Cesare prende alla scena, a lui nuova. Questi la contempla con la franca curiosit di un ragazzo; quindi si avvicina al trono del Re, mentre Britanno e Rufio si pongono vicini ai gradini dall'altro lato.
CESARE,
guardando Potino e Tolomeo.
Qual' il Re? L'uomo o il ragazzo?
POTINO.
Io sono Potino, il tutore del Re mio signore.
CESARE,
posando dolcemente la mano sulla spalla di Tolomeo.
Dunque, voi siete il Re? Mestiere noioso alla vostra et, non  vero?
[A Potino].
Servo vostro, Potino.
[Si scosta indifferente, e va pian piano in mezzo alla sala guardando a destra e a sinistra i cortigiani, finch arriva ad Achillas].
E questo signore?
TEODOTO.
Achillas, il generale del Re.
CESARE,
molto familiarmente, ad Achillas.
Ah! un generale: sono generale anch'io, ma ho cominciato troppo tardi, troppo tardi. Salute e vittoria, o Achillas.
ACHILLAS.
Come vorranno gli Dei, Cesare!
CESARE,
volgendosi a Teodoto.
E voi, signore... siete?
TEODOTO.
Teodoto, il maestro del Re.
CESARE.
Insegnate agli uomini come fare il re, Teodoto?  molto abile da parte vostra.
[Guarda gli Dei affrescati sulla mura, mentre si allontana da Teodoto e va verso Potino].
E questo luogo?
POTINO.
La sala del Consiglio dei Cancellieri del Tesoro del Re, o Cesare.
CESARE.
Ah, giusto! me ne fate rammentare. Ho bisogno di denaro.
POTINO.
Il tesoro del Re  povero, o Cesare.
CESARE.
Gi, vedo... non c' che una sola sedia.
RUFIO,
chiamando ruvidamente.
Ehi! qualcuno, portate qui una sedia per Cesare.
TOLOMEO,
alzandosi timidamente, fa l'atto di offrire la propria sedia a Cesare.
Cesare...
CESARE,
gentilmente.
No, no, ragazzo mio, sedetevi. Codesto  il vostro trono, sedetevi.
[Fa risedere Tolomeo. Nel frattempo Rufio, guardando attorno, vede nell'angolo a lui vicino un'immagine del dio Re, sotto forma di un uomo seduto, con la testa di sparviero. Innanzi all'immagine v' un tripode di bronzo, alto come uno sgabello, e sul quale arde un bastone d'incenso. Rufio, con l'adattabilit romana e l'indifferenza per le superstizioni, che son proprie di Roma, afferra rapidamente il tripode, ne butta via l'incenso, soffia via la cenere, e lo posa dietro a Cesare, quasi in mezzo alla sala].
RUFIO.
Siedi su questo, Cesare.
Un brivido di terrore percorre la corte, seguito da un sussurro di proteste per il sacrilegio.
CESARE,
sedendosi.
Ed ora, Potino, agli affari. Io ho un terribile bisogno di denaro.
BRITANNO,
disapprovando queste espressioni diplomatiche.
Il mio signore intende dire che esiste un debito legale contratto dall'Egitto verso Roma, dal defunto padre del Re verso il Triumvirato; e che  dovere di Cesare, nell'interesse della mia patria, di esigerne l'immediato pagamento.
CESARE,
blandamente.
Ah! mi dimenticavo. Non ho presentato i miei compagni. Questi, o Potino,  Britanno, mio segretario. Egli  un isolano della estremit occidentale del mondo, ad una giornata di viaggio dalla Gallia.
[Britanno fa un rigido inchino].
Questo signore  Rufio, mio compagno d'armi.
[Rufio annuisce col capo].
Potino, mi occorrono milleseicento talenti.
I cortigiani, terrorizzati, mormorano sordamente, e Teodoto ed Achillas si fanno cenni muti l'un l'altro, come protesta contro una cos esorbitante richiesta.
POTINO,
inorridito.
Quaranta milioni di sesterzi! Impossibile: il tesoro del Re non possiede tale somma.
CESARE,
incoraggiante.
Soltanto milleseicento talenti, Potino: perch contare a sesterzi? Un sesterzio non vale che un pane.
POTINO.
E un talento vale un cavallo di razza. Vi dico che  impossibile. Siamo in disordine qua, perch la sorella del Re, Cleopatra, accampa false pretese al trono. Le imposte del Re non sono state esatte da un anno.
CESARE.
Ma s, Potino. I miei ufficiali hanno passato tutta la mattinata ad esigerle.
Nuovi sussurri di sorpresa, non senza alcune risa represse, tra i cortigiani.
RUFIO,
bruscamente.
Dovete pagare, Potino: perch perdersi in chiacchiere? ve la cavate gi molto a buon mercato.
POTINO,
con amarezza.
 possibile che Cesare, il conquistatore del mondo, abbia tempo di occuparsi di inezie, quali le nostre imposte?
CESARE.
Amico mio, le imposte sono la faccenda pi importante per i conquistatori del mondo.
POTINO.
Allora, tenetevi per avvertito, o Cesare: oggi i tesori dei templi e l'oro della tesoreria del Re saranno mandati alla zecca per essere fusi sotto gli occhi del popolo, per il nostro riscatto. Egli ci vedr seduti, sotto le mura nude, bevendo in ciotole di legno; e la sua ira ricadr sulla vostra testa, o Cesare, se ci costringerete a tale sacrilegio.
CESARE.
Non temete, o Potino: il popolo sa bene quanto  buono il vino in ciotole di legno. In cambio della vostra liberalit io decider qui, in vostra vece, la controversia riguardo al trono: cosa ne dite?
POTINO.
Se dico di no, sar per voi una ragione per non farlo?
RUFIO,
in tono di sfida.
No!
CESARE.
Voi dite che la questione  accesa da un anno: mi concedete dieci minuti per risolverla?
POTINO.
Senza dubbio voi farete come vi piacer.
CESARE.
Bene. Ma prima facciamo entrare Cleopatra.
TEODOTO.
Essa non  in Alessandria:  fuggita in Siria.
CESARE.
Credo di no.
[A Rufio].
Chiama Totatita.
RUFIO,
chiamando.
Ol! Oh! Titatota!
Ftatatita entra dalla loggia, e si ferma con aria arrogante in cima dei gradini.
FTATATITA.
Chi pronunzia il nome di Ftatatita, la prima nutrice della Regina?
CESARE.
Nessuno riesce a pronunziarlo, salvo tu stessa, o Tota. Dov' la tua signora?
[Cleopatra, che si nasconde dietro a Ftatatita, sporge la testa ridendo. Cesare si alza].
Vuole la Regina avere la bont di favorirci un istante della sua presenza?
CLEOPATRA,
spingendo da parte Ftatatita, e fermandosi con piglio altezzoso l in cima dei gradini.
Debbo condurmi da regina?
CESARE.
S.
Cleopatra si avanza immediatamente, va verso il trono, afferra Tolomeo, lo butta fuori, e siede al suo posto. Ftatatita si siede sui gradini della loggia, osservando la scena con sibillina attenzione.
TOLOMEO,
mortificato, e frenando a stento le lacrime.
Essa mi tratta sempre cos, Cesare. Se io sono re, perch deve esserle permesso di prendermi tutto?
CLEOPATRA.
Tu non sei re, tu non devi essere re, bambino piagnucoloso. Sarai mangiato dai Romani.
CESARE,
impietosito del dolore di Tolomeo.
Vien qui, ragazzo mio, e stai vicino a me.
[Tolomeo va verso Cesare, il quale torna a sedersi sul tripode, e prende per mano il ragazzo, per fargli coraggio].
CLEOPATRA,
furiosamente ingelosita, si alza e li guarda con occhi feroci.
Ripigliati il tuo trono, non ne voglio sapere.
[Si allontana petulante dalla sedia, e si avvicina a Tolomeo, che indietreggia].
Vai immediatamente a sederti al tuo posto.
CESARE.
Va, Tolomeo;  sempre buono prendersi un trono, quando viene offerto.
RUFIO.
Spero che avrai il buonsenso di seguire questo tuo consiglio, al nostro ritorno a Roma, o Cesare.
Tolomeo torna lentamente al suo trono, tenendosi a debita distanza da Cleopatra, evidentemente timoroso delle sue mani. Essa si pone a fianco di Cesare.
CESARE.
Potino.
CLEOPATRA,
interrogandolo.
Non parli a me?
CESARE.
Silenzio! Apri bocca un'altra volta senza il mio permesso, e sarai mangiata.
CLEOPATRA.
Io non ho paura. Una regina non deve aver paura. Puoi mangiarti mio marito l, se ti pare; lui ha paura.
CESARE,
sobbalzando.
Tuo marito? Cosa dici?
CLEOPATRA,
accennando Tolomeo.
Quel cosino.
[I due romani e il bretone si guardano attoniti].
TEODOTO.
Oh, Cesare! Tu sei straniero, e non hai pratica delle nostre leggi. I re e le regine d'Egitto non possono sposarsi che con uno del proprio sangue reale. Tolomeo e Cleopatra nacquero re e consorti, come nacquero fratello e sorella.
BRITANNO,
scandalizzato.
Cesare, questo  immorale.
TEODOTO,
Offeso.
Come?
CESARE,
di nuovo padrone di s.
Perdonate, Teodoto: egli  un barbaro, e crede che le usanze della sua isola e della sua trib siano le leggi naturali.
BRITANNO.
Ma no, Cesare: i barbari sono questi Egiziani, e fai male a incoraggiarli. Questo  uno scandalo.
CESARE.
Scandalo o no, che importa, amico mio, se apre le porte alla pace?
[Si rivolge a Potino seriamente].
Ascolta le mie proposte, o Potino.
RUFIO.
Udite Cesare, oh, voi!
CESARE.
Tolomeo e Cleopatra regneranno uniti sopra l'Egitto.
ACHILLAS.
E che avverr del fratello minore del Re, e della sorella minore di Cleopatra?
RUFIO,
spiegando.
Perch c' un altro Tolomeino, a quanto dicono, o Cesare.
CESARE.
Ebbene, il piccolo Tolomeo potr sposare l'altra sorella, e regaleremo loro l'isola di Cipro.
POTINO,
irritato.
Ma l'isola di Cipro non ha alcun valore per nessuno.
CESARE.
Non importa: la diamo a voi per amore della pace.
BRITANNO,
anticipando, a sua insaputa, l'aforisma di uno statista posteriore.
La pace con onore, o Potino!
POTINO,
resistendo.
Sii giusto, o Cesare. Il denaro che chiedi  il prezzo della nostra libert. Prendilo, ma lasciaci regolare da noi i nostri interessi.
I CORTIGIANI,
fatti arditi dalle parole di Potino e dal silenzio di Cesare.
S, s: l'Egitto agli Egiziani!
Il convegno si muta in un alterco. Gli Egiziani si scaldano sempre pi. Cesare rimane imperturbabile. Ma Rufio si fa pi feroce ed ostinato, e Britanno intanto si sdegna sempre pi.
RUFIO,
sprezzante.
L'Egitto agli Egiziani! Dimenticate dunque che qua v' un esercito romano di occupazione, lasciatovi da Aulo Gabinio, quando rimise per voi sul trono il vostro re-balocco?
ACHILLAS,
affermandosi improvvisamente.
E attualmente sotto il mio comando. Io sono il generale romano, qui, o Cesare.
CESARE,
colpito dal lato ridicolo della situazione.
E il generale egiziano, anche, nevvero?
POTINO,
con accento di trionfo.
Proprio cos, Cesare.
CESARE,
ad Achillas.
Di modo che puoi guerreggiare contro gli Egiziani in nome di Roma, e contro i Romani, contro me se occorre, in nome dell'Egitto.
ACHILLAS.
 cos, o Cesare!
CESARE.
E, o generale, da quale parte stai, in questo momento, se ci  permesso chiederlo?
ACHILLAS.
Dalla parte del diritto e degli Dei.
CESARE.
Hum! quanti uomini comandi?
ACHILLAS.
Lo si vedr quando scendo in campo.
RUFIO.
Sono romani, i tuoi soldati? Se non lo sono, poco importa quanti sono: basta che non siano pi di cinquecento contro dieci.
POTINO.
 vano cercare d'intimorirci, o Rufio. Cesare  gi stato sconfitto, e pu esserlo ancora. Poche settimane fa, per scampare la vita, Cesare fuggiva innanzi a Pompeo: ancora qualche mese, e pu darsi che fugga, per salvare la vita, dinanzi a Catone e Giuba di Numidia, il re africano.
ACHILLAS,
con gesto minaccioso, continua l'argomento di Potino.
Cosa volete fare con quattromila uomini?
TEODOTO,
facendo seguito ad Achillas.
E senza denari!... Eh, via!
TUTTI I CORTIGIANI,
con grida feroci affollandosi intorno a Cesare.
Via! Fuori! L'Egitto agli Egiziani! Andatevene!
Rufio, troppo irato per parlare, si morde le labbra. Cesare rimane seduto e disinvolto, come se fosse a colazione ed il gatto gli desse noia per avere un po' di pesce.
CLEOPATRA.
Perch tolleri che ti parlino in tal modo, o Cesare? Hai forse paura?
CESARE.
Mah, cara mia, quello che dicono  verissimo.
CLEOPATRA.
Per se tu vai via, io non sar pi regina.
CESARE.
Non andr via fin tanto che tu non sii regina.
POTINO.
Se non sei uno sciocco, o Achillas, impadronisciti di quella ragazza, giacch te la trovi sottomano.
RUFIO,
beffandolo.
Perch non prendi anche Cesare, o Achillas?
POTINO,
accettando avidamente la sfida.
Ben detto, Rufio, perch no?
RUFIO.
Prvatici, o Achillas.
[Chiama fuori].
Ol, guardie!
La loggia si affolla tosto di soldati romani di Cesare, che si fermano con le spade sguainate, in cima ai gradini, in attesa che l'ordine di caricare venga loro dato dal centurione, che ha in mano un bastone. Per un istante gli Egiziani si avanzano con orgoglio, poi lentamente si ritirano ai loro posti.
BRITANNO.
Siete prigionieri di Cesare, tutti!
CESARE,
benevolo.
Ma no, no, no. Affatto. Ospiti di Cesare, o signori!
CLEOPATRA.
Non li vuoi decapitare?
CESARE.
Come! Decapitare tuo fratello?
CLEOPATRA.
Perch no? Mi farebbe decapitare, se lo potesse. Non  vero, Tolomeo?
TOLOMEO,
pallido, ma risoluto.
S, che lo farei. E lo far, appena sar grande.
Cleopatra combatte una fiera lotta fra la dignit di regina, recentemente acquistata, ed un intenso desiderio di fare le boccacce a Tolomeo. A tutta la scena che segue, essa non prende parte alcuna: la osserva con curiosit e meraviglia; ma irrequieta come una bambina, e sedendosi sul tripode di Cesare, quando egli si alza.
POTINO.
Bada, Cesare, se osi trattenerci...
RUFIO.
Egli ci riuscir: persuaditene, egiziano. Noi siamo padroni del palazzo, del litorale e del porto orientale. La via di Roma ci  aperta, e voi la batterete, se Cesare lo vuole.
CESARE,
cortese.
Non ne potevo fare a meno, Potino, per assicurare la ritirata ai miei soldati. Io debbo rendere conto di ognuno di essi. Ma tu puoi uscire liberamente, se vuoi: e cos pure tutti quanti sono qui e nel palazzo.
RUFIO,
spaventato dalla clemenza di Cesare.
Come! I rinnegati, e tutti?
CESARE,
addolcendo l'espressione.
L'esercito romano di occupazione, e tutti.
POTINO,
con disperazione.
Allora faccio un ultimo appello alla giustizia di Cesare. Chiamer un testimone a provare che, se non fosse stato per noi, l'esercito romano d'occupazione, condotto dal primo soldato del mondo, avrebbe ora Cesare alla sua merc.
[Chiama verso la loggia].
Ol, Lucio Settimio!
[Cesare sobbalza profondamente commosso].
Se la mia voce ti giunge, avanzati, e reca la tua testimonianza davanti a Cesare.
CESARE.
Oh, no! no!
TEODOTO.
Dico di s. Che il tribuno militare faccia la sua testimonianza.
Lucio Settimio, un atleta ben fatto, sulla quarantina, sbarbato, dai tratti regolari, la bocca risoluta e il naso romano fine e bello, traversa la loggia, e si ferma davanti a Cesare, il quale si cela il volto col manto: poi, padroneggiandosi un istante, lo lascia ricadere, ed accoglie il tribuno con dignit.
POTINO.
Sii testimonio, o Lucio Settimio. Cesare arriv qui inseguendo il suo nemico. Abbiamo noi dato rifugio al suo nemico?
LUCIO.
Appena Pompeo ebbe posato il piede sul suolo egiziano, la sua testa cadde sotto la mia spada.
TEODOTO,
con soddisfazione di vipera.
Sotto gli occhi di sua moglie e di sua figlia! Ricrdatene, Cesare! Essi videro la sua morte dalla nave che egli aveva allora allora abbandonata. Ti abbiamo data dolce e colma la coppa della vendetta.
CESARE,
inorridito.
Vendetta!
POTINO.
Il nostro primo dono a te, appena la tua nave entr nel porto, fu la testa del tuo rivale nell'impero del mondo. Siine testimonio, Lucio Settimio: fu cos?
LUCIO.
Fu cos. Questa mano uccise Pompeo, e con questa stessa ne deposi la testa ai piedi di Cesare.
CESARE.
Assassino! Cos avresti ucciso Cesare, se Pompeo fosse stato vittorioso a Farsaglia.
LUCIO.
Guai ai vinti, Cesare! Guai ai vinti! Al servizio di Pompeo uccisi dei nemici valenti quant' ora lui, non per altro che per essere stati vinti da lui. Finalmente suon la sua ora.
TEODOTO,
adulando.
L'atto non fu tuo, o Cesare, ma nostro; anzi mio, perch fu compiuto dietro mio consiglio. Grazie a noi, tu serbi intatta la tua fama di clemente, e godi della tua vendetta!
CESARE.
Vendetta! Vendetta! Ah, se sapessi piegarmi, piegarmi alla vendetta, cosa non dovrei esigere in espiazione del sangue di questo morto!?
[Essi indietreggiano spaventati e sconcertati].
Non fu egli mio genero? mio vecchio amico? Per vent'anni il padrone della grande Roma; per trent'anni padrone della vittoria?... E non fui io, come romano, partecipe della sua gloria? Ma fu forse dalla nostra volont che fummo costretti a lottare per il dominio del mondo? Sono Giulio Cesare o sono un bruto, che voi mi buttate la testa grigia del vecchio soldato, del conquistatore coperto d'alloro, del grande romano colpito a tradimento da questo brigante spietato, e poi pretendete da me anche gratitudine?
[A Lucio].
Via! Mi fai orrore!
LUCIO,
freddo e calmo.
Peuh! Ne avevi gi viste avanti di teste tronche, e destre mozze per giunta, mi pare: alcune migliaia in Gallia, dopo aver vinto Vercingetorige. Con tutta la tua clemenza, quello l'hai risparmiato? Quella fu vendetta?
CESARE.
No, per gli Dei: cos lo fosse stata! La vendetta almeno  umana. No, ti dico. Quelle destre recise e il prode Vercingetorige vilmente strangolato in un sotterraneo del Campidoglio
[Rabbrividisce e irride insieme].
fu saggia severit, necessaria difesa della repubblica, dovere di uomo di stato. Follia e menzogna, dieci volte pi sanguinaria della onesta vendetta! Quale stolto fui allora! E dire che la vita umana fu lasciata alla merc di tali stolti!
[Umile a Lucio].
Lucio Settimio, perdonami. Con qual diritto pu l'uccisore d Vercingetorige rimproverare l'uccisore di Pompeo? Sei libero di andartene con gli altri... oppure... resta, se vuoi. Ti dar un posto al mio servizio.
LUCIO.
Le probabilit sono contro di te, o Cesare: me ne vado.
[Si volge per uscire dalla loggia].
RUFIO,
pieno d'ira a vedersi sfuggire la preda.
Ci significa ch'egli  repubblicano.
LUCIO,
dall'alto della rocca, volgendosi insolente a Rufio.
E tu cosa sei?
RUFIO.
Un cesariano, come tutti i soldati di Cesare.
CESARE,
cortese.
Credimi, Lucio: Cesare non  un cesariano. Se Roma fosse una repubblica, Cesare sarebbe il primo dei repubblicani. Ma la tua scelta  fatta. Addio!
Cesare si accorge che il temperamento collerico di Rufio sta per avere il sopravvento, gli posa una mano sulla spalla e lo mena in fondo alla sala, lontano dalla tentazione. Britanno li accompagna, collocandosi alla destra di Cesare. I tre, in un piccolo gruppo, si trovano dalla parte occupata da Achillas, il quale si allontana altezzoso, e va a raggiungere Teodoto, dall'altro lato. Lucio Settimio si allontana attraverso i soldati sulla loggia. Potino, Teodoto e Achillas lo seguono coi loro cortigiani, molto timorosi dei soldati che chiudono i ranghi dietro di loro, e li costringono ad avanzarsi sempre senza grandi cerimonie. Il Re rimane sulla sua sedia, meschino, ostinato, contraendo la faccia e le dita nervosamente. Durante questo viavai, Rufio borbotta energico.
RUFIO,
mentre Lucio si allontana.
Credi forse che egli ci lascerebbe andare cos, se avesse le nostre teste a discrezione?
CESARE.
Non ho il diritto di supporre che egli si regolerebbe peggio di me.
RUFIO.
Puah!
CESARE.
Rufio! Se prendessi a modello Lucio Settimio per diventar lui, cessando di essere Cesare, mi serviresti tu ancora?
BRITANNO.
Cesare, ci non  da uomo di senno. Il tuo dovere verso Roma esige che i nemici di lei siano posti nell'impossibilit di nuocere ancora.
[Cesare, che prende gusto un mondo alla filosofia del suo segretario, sorride indulgente].
RUFIO.
 vano parlargli, Britanno: puoi risparmiarti il fiato per freddare la tua zuppa di farro. Tu nota bene, Cesare: la clemenza  una gran bella cosa per te. Ma che cosa rappresenta essa per i tuoi soldati, i quali hanno da combattere domani gli uomini che tu hai risparmiati? Potrai dare tutti gli ordini che vorrai; ma io ti assicuro che, grazie alla tua clemenza, la tua prossima vittoria diventer un massacro. Io per il primo non far prigionieri: uccider sul campo i nemici, e allora potrai predicare la clemenza quanto ti parr. Io non sar mai pi costretto a battermi contro di loro. E ora, col tuo permesso, voglio vedere questi signori via di qui.
[Si volta per andarsene].
CESARE,
si volta e vede Tolomeo.
Come?... hanno lasciato il bambino in abbandono! Oh, vergogna! Vergogna!
RUFIO,
prendendo Tolomeo per mano e facendolo alzare.
Andiamo, Maest.
TOLOMEO,
a Cesare, ritirando la mano da quella di Rufio.
Ha intenzione di cacciarmi dal mio palazzo, costui?
RUFIO,
sarcastico.
Puoi rimanere, se vuoi.
CESARE,
bonario.
Va, ragazzo mio, io non ti far del male, ma sarai pi al sicuro in mezzo ai tuoi. Qui sei nella bocca del leone.
TOLOMEO,
voltandosi per andarsene.
Non ho paura del leone, io; dello sciacallo, s.
[Esce dalla loggia].
CESARE,
ridendo.
Bravo, ragazzo!
CLEOPATRA,
gelosa della lode di Cesare, grida a Tolomeo.
Scioccherello, credi di avere detto una cosa molto spiritosa?
CESARE.
Britanno, segui il Re: affidalo alle cure di quel Potino.
Britanno esce seguendo Tolomeo.
RUFIO,
accennando Cleopatra.
E di questa mercanzia, che ne facciamo? Gi suppongo che posso lasciarne la cura a te.
[Esce per la loggia].
CLEOPATRA,
arrossendo improvvisamente, e volgendosi a Cesare.
Vuoi che me ne vada con gli altri?
CESARE,
un po' preoccupato, si avvicina con un sospiro alla sedia di Tolomeo, mentre essa lo guarda con le guance accese e i pugni chiusi.
Sei libera di fare come ti pare, Cleopatra.
CLEOPATRA.
Allora poco t'importa se io me ne vado, o se rimango.
CESARE,
sorridendo.
Naturalmente preferirei che tu rimanessi.
CLEOPATRA.
Lo preferiresti molto molto?
CESARE,
annuendo.
Molto molto.
CLEOPATRA.
Allora consento a rimanere, poich mi si prega. Ma, bada bene, non  desiderio mio.
CESARE.
Questo s'intende.
[Chiamando].
Totatita!
Ftatatita, che  sempre seduta, volge gli occhi verso di lui con una espressione sinistra; ma non si muove.
CLEOPATRA,
con uno scoppio di risa.
Essa non si chiama Totatita: si chiama Ftatatita.
[Chiama].
Ftatatita!
Ftatatita si alza e va verso Cleopatra.
CESARE,
inciampando ancora col nome.
Ftatatita scuser il lapsus linguae in un romano. Tota, la Regina terr la sua corte qui, ad Alessandria. Impegna le dame per servirla, e fai tutto ci che occorre.
FTATATITA.
Sono dunque maestra di casa della Regina?
CLEOPATRA,
aspra.
No: sono io la maestra di casa della Regina. Va e obbedisci, o ti far oggi stesso buttare nel Nilo per avvelenare i poveri serpenti.
CESARE,
scandalizzato.
Oh! No, no!
CLEOPATRA.
Ma s, s. Sei molto sentimentale, Cesare; ma sei intelligente, e se farai come t'insegner io, imparerai molto presto a governare.
Cesare, sbalordito di tale impertinenza, si volge sulla sedia, e fissa Cleopatra.
Ftatatita, sorridendo biecamente e mettendo in mostra una splendida fila di denti, si allontana, lasciandoli soli.
CESARE.
Credo, Cleopatra, che dovr mangiarti, alla fine.
CLEOPATRA,
inginocchiandosi al suo fianco e guardandolo con avido interesse, un po' vero, un po' simulato, Per fargli vedere quanto essa  intelligente.
Non devi parlarmi pi come se fossi una bambina.
CESARE.
Tu sei cresciuta da che la Sfinge ci present l'un l'altro, la notte scorsa, e credi di saperne pi di me!
CLEOPATRA,
un po' mortificata, e desiderosa di giustificarsi.
Questo no; sarei troppo sciocca:  naturale.
[Impulsivamente]
Ma forse sei in collera con me?
CESARE.
No.
CLEOPATRA,
poco persuasa.
Allora, perch cos pensieroso?
CESARE.
Ho da lavorare, Cleopatra.
CLEOPATRA,
fa un salto indietro.
Da lavorare?
[Offesa].
Sei stanco di parlarmi, e cerchi un pretesto per allontanarti da me.
CESARE,
sedendosi di nuovo per chetarla.
Ebbene, un altro minuto ancora; e dopo, al lavoro.
CLEOPATRA.
Al lavoro? Che sciocchezza! Devi ricordarti che ormai sei re, e i re non lavorano.
CESARE.
Chi ti ha detto questo gattina?
CLEOPATRA.
Mio padre era re d'Egitto, ed egli non lavor mai. Ma era un grande re, e fece decapitare mia sorella Berenice, perch gli si era ribellata e gli aveva tolto il trono.
CESARE.
Ebbene, come fece per riconquistarlo?
CLEOPATRA,
con impeto, gli occhi le scintillano.
Te lo racconter. Un bellissimo giovane, dalle braccia forti e rotonde, venne dal deserto con molti cavalieri, ed uccise il marito di mia sorella e rimise mio padre sul trono.
[Pensierosa].
Io non avevo allora che dodici anni. Ah! quanto vorrei che tornasse, ora che sono regina! Lo prenderei per marito!
CESARE.
Si potrebbe forse accomodare la faccenda, perch fui io che mandai quel bel giovane in aiuto di tuo padre.
CLEOPATRA.
Con gioia.
Lo conosci?
CESARE.
S.
CLEOPATRA.
Ti accompagna?
[Cesare scuote la testa negativamente, ed essa rimane molto seria].
Vorrei che fosse qui. Ma vorrei anche avere qualche anno dippi, perch lui non potesse trattarmi da gattina, come fai tu. Ma forse  perch tu sei vecchio. Lui  molto, molto pi giovane di te, nevvero?
CESARE,
come se inghiottisse un boccone amaro.
Un po' pi giovane infatti.
CLEOPATRA.
Credi tu che, se glielo chiedessi, consentirebbe a diventare mio marito?
CESARE.
 probabile, probabilissimo.
CLEOPATRA.
Ma non mi piacerebbe chiederglielo. Non potresti tu persuaderlo a chieder lui, senza che sappia che  desiderio mio?
CESARE,
impietosito dalla ignoranza di lei riguardo al carattere del bel giovane.
Povera bambina!
CLEOPATRA.
Perch dici cos? Par che tu mi compatisca: ne ama forse un'altra, lui?
CESARE.
Temo di s.
CLEOPATRA,
piagnucolosa.
Allora non sar il suo primo amore, io?
CESARE.
Eh! proprio il primo no!  molto ammirato dalle donne lui.
CLEOPATRA.
Avrei voluto essere la prima; ma se lui mi amer, far in modo che uccida le altre. Dimmi,  ancora bello? Splendono ancora come marmo al sole le sue belle braccia rotonde e forti?
CESARE.
A giudicare da quel che mangia e beve, deve stare molto bene.
CLEOPATRA.
Oh, non devi dire cose basse e volgari a suo riguardo veh! Io lo amo: egli  un dio!
CESARE.
 un gran capitano di cavalieri, pi veloce di qualsiasi altro romano.
CLEOPATRA.
Qual' il suo vero nome?
CESARE.
Il suo vero nome?
CLEOPATRA.
S: io lo chiamo sempre Horo, perch Horo  il pi bello dei nostri dei. Ma vorrei sapere il suo vero nome.
CESARE.
Si chiama Marcantonio.
CLEOPATRA,
musicalmente.
Marcantonio! Marcantonio! Marcantonio! Oh, che bel nome!
[Butta le braccia al collo di Cesare].
Oh, quanto ti amo, per averlo mandato in aiuto di mio padre! Amavi molto mio padre?
CESARE.
No, bambina mia. Ma tuo padre, come dici, non lavor mai: io lavoro sempre. E quando egli perdette il trono, dovette promettermi sedicimila talenti per riconquistarglielo.
CLEOPATRA.
Ti ha pagato?
CESARE.
Non interamente.
CLEOPATRA.
Fece bene. Era troppo caro. Il mondo intero non vale sedicimila talenti.
CESARE.
Forse hai ragione, Cleopatra. Quegli Egiziani che lavorano ne pagarono quanti lui ne pot spremere da loro. Il resto l'ho ancora di credito; ma siccome  pi che probabile che io non riuscir a riscuoterlo, dovr rimettermi al lavoro: cos ora tu te ne vai per un po', e mi mandi il mio segretario, eh?
CLEOPATRA,
vezzeggiandolo.
No. Voglio rimanere per sentir parlare di Marcantonio.
CESARE.
Ma se non lavoro, Potino e gli altri ci chiuderanno la via del porto, e allora la strada per Roma sar bloccata.
CLEOPATRA.
Non importa. Non desidero che tu torni a Roma.
CESARE.
Ma desideri che ritorni Marcantonio?
CLEOPATRA,
balzando in piedi.
Oh! s, s, s: dimenticavo. Va presto a lavorare, Cesare, e tieni aperta la via del mare, per il mio Marcantonio.
[Esce dalla porta, mandando sulla punta delle dita, attraverso il mare, un bacio a Marcantonio].
CESARE
traversa con passo rapido la sala fino ai gradini della loggia.
Ol, Britanno!
[ sorpreso dall'entrare precipitoso di un soldato romano ferito, che gli corre dinanzi in cima ai gradini].
Che c' di nuovo?
IL SOLDATO,
accennando la testa fasciata.
Questo, o Cesare; e due miei compagni uccisi, nel mercato.
CESARE,
calmo ma attento.
Ah! Perch?
IL SOLDATO.
Arriva ad Alessandria un sedicente esercito romano.
CESARE.
Esercito romano di occupazione, eh?
IL SOLDATO.
Comandato da un certo Achillas.
CESARE.
Ebbene?
IL SOLDATO.
I cittadini si sono ribellati contro di noi, quando questo esercito ha passata la porta. Io ero con due altri sulla piazza del mercato, quand' arrivata la notizia. Ci son piombati addosso: io mi sono aperto il passo, ed eccomi qua.
CESARE.
Va bene: sono lieto di vederti vivo.
[A Rufio che entra dalla loggia, passando dietro al soldato per guardare da uno degli archi verso il porto sottostante].
Rufio, siamo assediati.
RUFIO.
Come! Di gi?
CESARE.
Ora o domani, cosa importa? Dovevamo essere assediati.
[Britanno arriva correndo].
BRITANNO.
Cesare!
CESARE,
prevenendolo.
S, lo so.
[Rufio e Britanno scendono nella sala, dalla loggia passando davanti a Cesare, che si ferma presso i gradini per dire al soldato:]
Compagno, passa la parola d'adunarsi sulla spiaggia e star vicini alle barche. Fatti medicare la ferita. Va!
[Il soldato esce rapidamente. Cesare si avanza nella sala, fra Rufio e Britanno].
Rufio, nel Porto Occidentale, noi abbiamo delle navi. Bruciale.
RUFIO,
sgranando gli occhi.
Bruciarle?
CESARE.
Aduna tutte le navi che abbiamo nel Porto Orientale e impossessati dell'isola di Faros, quell'isola dove c' la lanterna. Lascia indietro met dei nostri uomini per tenere la spiaggia e la banchina dinanzi a questo palazzo: questa  la via della patria.
RUFIO,
disapprovando forte.
Dobbiamo abbandonare la citt?
CESARE.
Non ne siamo in possesso, bens di questo palazzo. E... che cos' questo edificio accanto?
RUFIO.
Il teatro.
CESARE.
Terremo anche questo, perch domina la spiaggia. Quanto al resto, l'Egitto agli Egiziani.
RUFIO.
Va bene: tu sai. Altri ordini?
CESARE.
No: bruciamo quelle navi.
RUFIO.
Non temere: non perder tempo.
[Esce di corsa].
BRITANNO.
Cesare, Potino domanda di parlare con te. Secondo me, converrebbe dargli una lezione. La sua aria  di molto insolente.
CESARE.
Dov'?
BRITANNO.
Aspetta fuori.
CESARE.
Ol! Fate entrare Potino.
[Potino appare sulla soglia, con fare altezzoso, a sinistra di Cesare].
Dunque, Potino?
POTINO.
Ti reco il nostro ultimatum, o Cesare!
CESARE.
Ultimatum? La porta era aperta: dovevi uscire, prima di dichiarare la guerra. Sei mio prigioniero.
[Egli va alla sedia e si toglie la toga].
POTINO,
sprezzante.
Io, tuo prigioniero? Sai che tu sei in Alessandria, e che il re Tolomeo, con un esercito pi forte del tuo in ragione di cento contro uno,  padrone di Alessandria?
CESARE,
disinvolto, togliendosi la toga e posandola sulla sedia.
Va bene, amico mio: esci, se puoi, e di' ai tuoi compagni di non uccidere altri Romani sulla piazza del mercato. Altrimenti  probabile che i miei soldati, i quali non partecipano della mia nota clemenza, ti uccideranno. Britanno, passa la parola alla guardia, e portami le mie armi.
[Britanno esce di corsa. Rufio torna].
Ebbene?
RUFIO,
accennando dalla loggia una nuvola di fumo che si allarga sopra il porto.
Vedi laggi?
[Potino sale con impeto la scala per guardare].
CESARE.
Come! Ardono di gi? Impossibile!
RUFIO.
S: cinque brave navi ed un barcone carico di olio a fianco di ciascuna. Ma non  stato fatto da noi. Gli Egiziani mi hanno risparmiato la fatica. Essi si sono impadroniti del Porto Occidentale.
CESARE,
preoccupato.
E il Porto Orientale? e il Faro? Rufio!
RUFIO,
con improvviso scoppio di malumore, andando vicino a Cesare e rimbrottando.
Ma posso io imbarcare una legione in cinque minuti? La prima coorte  gi sulla spiaggia. Non possiamo fare dippi. Se hai premura, vienci tu.
CESARE,
calmandolo.
Va bene, va bene. Pazienza, Rufio, pazienza.
RUFIO.
Pazienza? Chi  impaziente, io o tu? sarei forse qui, se non sapessi sorvegliare da questo balcone?
CESARE.
Perdonami, Rufio, e
[con ansia]
fa che si spiccino.
 interrotto dalle grida, come di un vecchio al colmo della sciagura. Le grida si approssimano rapidamente. Teodoto si precipita nella sala strappandosi i capelli e levando alte strida dolorose. Rufio fa un passo indietro e lo fissa stupito per quello stato frenetico. Potino si volta ad ascoltare.
TEODOTO,
in alto dei gradini, con le braccia tese.
Orrore inesprimibile! Ahim, sciagura! Aiuto!
RUFIO.
Che cos'altro accade ora?
CESARE,
accigliato.
Chi  stato ucciso?
TEODOTO.
Ucciso?! Ma peggio che diecimila uccisi. Perdita inenarrabile per l'umanit!...
RUFIO.
Insomma, cos' accaduto, ol?
TEODOTO,
correndo presso i gradini, in mezzo a loro.
L'incendio delle vostre navi si  esteso. La prima delle Sette Meraviglie del mondo perisce. La biblioteca di Alessandria  in fiamme.
RUFIO.
Puah!
[Rassicurato, va a sorvegliare dalla loggia i preparativi delle truppe sulla spiaggia].
CESARE.
Ed  tutto?
TEODOTO,
non credendo ai suoi orecchi.
Tutto! O Cesare, desideri essere tramandato ai posteri come un soldato barbaro, troppo ignorante per conoscere il valore dei libri?
CESARE.
Teodoto, sono scrittore anch'io! E ti dico che per gli Egiziani sarebbe meglio vivessero la loro vita, piuttosto che trascorrerla a sognare sui libri.
TEODOTO,
inginocchiandosi con sincera commozione di letterato, e con passione di pedante.
Cesare, una volta sola in dieci generazioni il mondo guadagna un libro immortale.
CESARE,
spietato.
Se non adulasse l'umanit, sarebbe arso dal carnefice.
TEODOTO.
Senza la storia, la morte ti coricherebbe accanto all'ultimo dei tuoi soldati.
CESARE.
Questo, in ogni caso, far la morte. Non chiedo miglior sepolcro.
TEODOTO.
Ci che brucia laggi sono le memorie dell'umanit.
CESARE.
Memorie vergognose: che ardano pure!
TEODOTO.
Vuoi distruggere il passato?
CESARE.
S: e sulle sue rovine costruire l'avvenire.
[Teodoto, disperato, si batte le tempie con i pugni].
Ma ascoltami, Teodoto, maestro di re: tu che non valutavi la testa di Pompeo pi di quanto un pastore valuti una cipolla, e che t'inginocchi ora davanti a me con i vecchi occhi pregni di lacrime a perorare per poche pergamene scribacchiate di errori: io non posso darti n un uomo n una secchia d'acqua in questo momento. Ma va da Achillas, e fatti prestare le sue legioni per spegnere l'incendio. Tu puoi liberamente uscire dal palazzo.
[Lo spinge fuori].
POTINO,
con intenzione.
Hai capito, Teodoto? Io rimango qua prigioniero.
TEODOTO.
Prigioniero?
CESARE.
Ti fermi a ciarlare mentre vanno in fiamme le memorie dell'umanit?
[Chiama dalla loggia].
Ol! Fate uscire Teodoto.
[A Teodoto].
Via, esci.
TEODOTO,
a Potino.
Bisogna ch'io corra a salvare la biblioteca.
[Si precipita fuori].
CESARE.
Seguilo fino alla porta, Potino, e digli di persuadere il popolo a non uccidere altri dei miei soldati, per la vostra salvezza.
POTINO.
La mia vita ti coster cara, o Cesare, se me ne privi.
Esce dietro Teodoto. Rufio, occupato a sorvegliare lo sbarco, non vede la partenza dei due egiziani.
RUFIO,
guardando dalla loggia alla spiaggia.
 tutto pronto, laggi?
UN CENTURIONE,
di sotto.
Tutto  pronto. Aspettiamo Cesare.
CESARE.
Di' a loro che Cesare viene. Birbanti!
[Chiama].
Britannico!
Questa magniloquente versione del nome del suo segretario  una delle facezie di Cesare. Alcuni anni pi tardi avr, seriamente e ufficialmente, il significato di "conquistatore della Britannia".
RUFIO,
gridando ai sottostanti.
Mettete tutte le navi in mare, salvo quella lunga. Ehi, della guardia di Cesare, appostatevi vicino per imbarcarvi.
[Lascia il balcone, e viene nella sala].
Dove sono quegli egiziani? Ancora clemenza? Li hai lasciati andare?
CESARE,
ridendo fra s.
Ho lasciato andare Teodoto per salvare la biblioteca. Dobbiamo rispettare la letteratura, Rufio!
RUFIO,
furibondo.
Follia sopra follia! Credo che se tu potessi risuscitare tutti i morti di Spagna, di Gallia, della Tessaglia, lo faresti per darci la pena di batterci ancora contro di loro.
CESARE.
Non  forse la cosa pi probabile che gli Dei distruggerebbero il mondo, se il loro unico pensiero fosse di avere la pace al pi presto?
[Rufio, perduta la pazienza, si scosta irato. Cesare lo afferra per la manica, e gli sussurra furbescamente:]
Eppoi, amico mio, ogni egiziano che noi prendiamo prigioniero, tien prigionieri due soldati romani, per fargli la guardia, eh?
RUFIO.
Ah! dovevo immaginarmi che c'era qualche tratto volpino dietro tante belle parole!
[Si allontana da Cesare, scrollando indispettito le spalle, e va sulla loggia, per dare un'altra occhiata ai preparativi. Finalmente esce].
CESARE.
Ma Britanno dorme? L'ho mandato un'ora fa a prendere le mie armi.
[Chiama].
Britanno, isolano della Britannia! Ehi, Britanno!
CLEOPATRA,
arriva dalla loggia correndo verso Cesare, con l'elmo e la spada di lui, che essa ha presi a Britanno, il quale la segue con la corazza e i gambali.
Ti vestir io, Cesare: siediti.
[Egli obbedisce].
Questi elmi romani sono molto eleganti.
[Essa gli toglie la ghirlanda].
Oh!
[Scoppia in una franca e irriverente risata].
CESARE.
Di che ridi?
CLEOPATRA.
Sei pe... lato.
[Comincia appoggiando sul pe e termina ridendo].
CESARE,
indispettito.
Cleopatra!
[Si alza perch Britanno possa allacciargli la corazza]
CLEOPATRA.
Dunque  per questo che porti la ghirlanda. Per nascondere...
BRITANNO,
interrompendola.
Silenzio, egiziana! Sono gli allori del vincitore.
[Gli affibbia la corazza].
CLEOPATRA.
Zitto tu, isolano.
[A Cesare].
Dovresti farti delle frizioni alla testa, con spirito di zucchero: i capelli ti ricrescerebbero.
CESARE,
con una smorfia.
Ti piace che ti si ricordi che sei molto giovine, Cleopatra?
CLEOPATRA.
Oh, no!
CESARE,
sedendosi nuovamente e tendendo la gamba a Britanno, il quale s'inginocchia per mettergli i gambali.
E neppure a me piace che mi si ricordi che sono... attempato. Ti dar dieci dei miei anni, che son di troppo. Cos ne avrai ventisei e a me ne rimarranno... non importa quanti ne rimarranno. Acconsenti?
CLEOPATRA.
Acconsento. Ricordati, ventisei.
[Gli mette l'elmo].
Oh! come ti sta bene! Adesso s che non ne dimostri pi di cinquanta!
BRITANNO,
guardando severamente Cleopatra.
Non si parla cos a Cesare.
CLEOPATRA.
 vero che quando Cesare ti cattur su quell'isola, tu avevi il corpo tutto dipinto di azzurro?
BRITANNO.
L'azzurro  il colore usato da tutti i Britanni di buona famiglia. In guerra tingiamo di azzurro il nostro corpo, perch cos i nostri nemici possono toglierci gli abiti e anche la vita, ma non possono privarci della nostra nobilt.
[Si alza].
CLEOPATRA,
tenendo la spada di Cesare.
Lascia che io te la cinga. Ora sei bellissimo. Ti hanno fatto delle statue a Roma?
CESARE.
S, molte statue.
CLEOPATRA.
Devi farne venire una per donarla a me.
RUFIO,
tornando dalla loggia, pi impaziente che mai.
Andiamo, Cesare. Hai finito di chiacchierare? Appena avrai messo piede sulla nave, sar impossibile trattenere gli uomini. Le barche faranno a gara per arrivare prima al Faro.
CESARE,
sguainando la spada e provandone il filo.
 bene affilata, oggi, Britannico? A Farsaglia, tagliava come una doga di botte.
BRITANNO.
Oggi dividerebbe in due un capello dell'egiziana. L'ho affilata io, o Cesare.
CLEOPATRA.
Ma non vorrai davvero andare alla battaglia per farti ammazzare?
CESARE.
No, Cleopatra: nessuno va alla battaglia per farsi ammazzare.
CLEOPATRA.
Ma si muore. Il marito di mia sorella fu ucciso in battaglia. Non ci devi andare.
[Indicando Rufio].
Lascia che ci vada lui.
[Tutti ridono di lei].
Oh! Ti prego, ti supplico, non andare. Che ne sar di me, se non torni pi?
CESARE,
serio.
Hai paura?
CLEOPATRA,
facendosi forza.
No!
CESARE,
con calma autorit.
Va sul balcone, e ci vedrai prendere il faro. Ti devi abituare a vedere delle battaglie. Va.
[Essa con aria abbattuta va sulla loggia, e guarda di fuori].
Cos va bene. E ora, Rufio, avanti!
CLEOPATRA,
battendo le mani.
Oh, non potrai andare!
CESARE.
Perch? Che altro ora?
CLEOPATRA.
Prosciugano il bacino coi secchi, una folla di soldati laggi.
[Indicando il mare a sinistra].
Tiran su coi secchi tutta l'acqua.
RUFIO,
corre sulla loggia e guarda.
 vero! L'esercito egiziano! Formicolante all'orlo del bacino... pare uno sciame di locuste.
[Improvvisamente irato va verso Cesare].
Ecco il risultato della tua clemenza, Cesare.  Teodoto che li guida.
CESARE,
felice per la riuscita della sua furberia.
Ma proprio quel che volevo, Rufio! Sono andati a spegnere l'incendio della biblioteca. S'occupino di spegnere l'incendio, loro: noi prenderemo il faro, eh?
[Esce correndo agile e svelto dalla loggia. Britanno lo segue.]
RUFIO,
disgustato.
Ancora la volpe! Auff!
Un grido dei soldati annunzia l'arrivo di Cesare.
IL CENTURIONE,
di sotto.
Tutti a bordo!
[Una pausa].
Sciogliete le gomene!
[Un altro grido].
Addio!
CLEOPATRA,
sventolando la sciarpa sotto l'arco della loggia.
Addio, caro Cesare! Addio! Ritorna sano e salvo! Addio!
...
.
...
ATTO TERZO.
...
.
...
Davanti al palazzo, un tratto della banchina del Porto Orientale di Alessandria, che guarda ad occidente l'isoletta di Faros, di l della quale, ad essa unito per uno stretto molo, si alza il famoso faro. Una gigantesca torre di marmo bianco, quadrata, a piani sempre pi piccoli, fino alla cima, sormontata d'un fanale a forma di mezzaluna. L'isoletta  unita alla terraferma dall'Heptastadium, un grande molo, lungo otto chilometri, che chiude il porto a sud.
In mezzo alla banchina sta di guardia una sentinella romana, con in pugno il pilum. Essa guarda fissamente verso il faro, facendosi ombra con la mano sinistra. Il pilum che impugna  un'asta di legno robusto, lunga pi di un metro e mezzo, alla quale  infisso un dardo di ferro, lungo oltre 90 centimetri. La sentinella  cos assorta che non si accorge dell'arrivo di quattro facchini egiziani, che s'avvicinano dall'estremit settentrionale del porto, portando dei tappeti arrotolati, e son preceduti da Ftatatita e da Apollodoro il Siciliano.
Apollodoro  un aitante giovane di ventiquattro anni, bello e bonario, vestito con estetica ricercatezza. I suoi abiti hanno le pi tenui e delicate tinte della porpora e del grigio-tortora, con ornamenti di bronzo e di argento ossidato, e pietre d'agata e giada. La sua spada, lavorata con tutta la minuzia di una croce medioevale, ha una lama bluastra, che traspare attraverso i trafori della guaina, di cuoio porporino e di filigrana. I facchini guidati da Ftatatita passano lungo la banchina dietro la sentinella fino ai gradini del palazzo, ove posano i loro pacchi, e vi si accovacciano accanto. Apollodoro non passa con loro. Egli si ferma, evidentemente divertendosi della intensa preoccupazione della sentinella.
...
.
...
APOLLODORO,
chiamando la sentinella
Oh! Chi va l? Eh?
LA SENTINELLA
balza violentemente voltandosi col pilum in posizione di caricare. Appare un giovine piccolo e nervoso, dai capelli biondicci e dall'aspetto serio e grave.
Che c'? Alto l! Chi sei?
APOLLODORO.
Sono Apollodoro il Siciliano. Di' un po', giovinotto, sogni? Da che ho attraversato i ranghi oltre il teatro, laggi, ho condotto la mia carovana davanti a tre sentinelle, tutte cos intente a fissare il faro, che neppure una mi ha chiesto la parola d'ordine!  questa la disciplina romana?
LA SENTINELLA.
Non dobbiamo sorvegliare la terra, ma il mare. Cesare  sbarcato or ora al faro.
[Guardando Ftatatita].
Cos'hai qua? Cos' questo pezzo di ceramica egiziana?
FTATATITA.
Apollodoro, rimprovera questo cane d'un romano, e digli di frenare la sua lingua in presenza di Ftatatita, la maestra di casa della Regina.
APOLLODORO.
Amico mio, questa  una dama importante, molto stimata da Cesare.
LA SENTINELLA,
punto impressionata, accennando i tappeti.
Cos' questa roba?
APOLLODORO.
Sono i tappeti per gli appartamenti della Regina. Li ho scelti fra i pi bei tappeti del mondo, e la Regina sceglier i pi belli fra questi che io ho scelti.
LA SENTINELLA.
Dunque sei un mercante di tappeti?
APOLLODORO,
con aria offesa.
Bell'amico, io sono un patrizio!
LA SENTINELLA.
Un patrizio? Un patrizio che tiene bottega, invece di seguire le armi?
APOLLODORO.
Non tengo bottega. Il mio  un tempio delle arti. Io sono un adoratore della bellezza. La mia professione  di scegliere belle cose per belle regine. La mia impresa: "L'arte per l'arte".
LA SENTINELLA.
Codesta non  la parola d'ordine.
APOLLODORO.
 una parola d'ordine universale.
LA SENTINELLA.
Non so nulla di parole d'ordine universali. Dammi la parola d'ordine di oggi, o torna alla tua bottega.
[Ftatatita, sdegnata del contegno ostile della sentinella, si dirige a furtivi passi di pantera verso l'orlo della banchina, e si apposta dietro di lui].
APOLLODORO.
E se non faccio n una cosa n l'altra?
LA SENTINELLA.
Allora ti passo da parte a parte col mio pilum!
APOLLODORO.
Ai tuoi ordini, amico.
[Sguaina la spada, e si mette in guardia con grazia imperturbata].
FTATATITA,
improvvisamente afferra per di dietro le braccia della sentinella.
Caccia il tuo coltello in gola a questo cane, Apollodoro!
[Il cavalleresco Apollodoro scuote il capo ridendo, e va verso il palazzo abbassando la sua spada].
LA SENTINELLA,
lottando invano.
Maledizione! Lasciatemi! Aiuto!
FTATATITA,
sollevandolo dal suolo.
Pugnala questo piccolo rettile romano! Infilalo, infilzalo!
Due soldati romani accorrono di corsa lungo il molo dalla parte settentrionale, liberano il compagno, e spingono violentemente Ftatatita, che va barcollando a sinistra della sentinella.
IL CENTURIONE,
un uomo poco piacente, sulla cinquantina, con un randello di legno di vite in mano.
Ol! cosa vuol dir ci?
FTATATITA,
ad Apollodoro.
Perch non l'hai pugnalato? Ce n'era il tempo!
APOLLODORO.
Centurione, sono qui per ordine della Regina, per...
IL CENTURIONE,
interrompendolo.
La Regina? Va bene, va bene.
[Alla sentinella].
Fallo passare. Fa passare dalla Regina tutta questa gente del mercato con la sua merce. Ma bada di non fare uscire nessuno che tu non abbia fatto entrare... neppure la Regina in persona.
LA SENTINELLA.
Questa vecchia  pericolosa.  forte quanto tre uomini. Voleva farmi pugnalare dal mercante.
APOLLODORO.
Centurione, io non sono mercante. Sono un patrizio e un cultore delle arti.
CENTURIONE.
Questa donna  tua moglie?
APOLLODORO,
inorridito.
No, no!
[Correggendosi cortesemente].
Non nego che la signora, nel suo genere, non abbia un aspetto notevole: ma
[Con enfasi].
essa non  mia moglie.
FTATATITA,
al centurione.
Romano, sono Ftatatita, la maestra di casa della Regina.
IL CENTURIONE.
Bada di non mettere le mani addosso ai miei uomini, o ti far buttare in mare, fossi pure forte come dieci.
[Ai suoi uomini].
Ai posti, presto!
[Ritorna con loro di dove vennero].
FTATATITA,
dando loro un'occhiata maligna.
Vedremo chi  protetto da Iside: se la sua serva Ftatatita o un cane Romano.
LA SENTINELLA,
accennando col pilum il palazzo ad Apollodoro.
Passa l, e tienti a distanza.
[A Ftatatita].
Avvicinati ancora d'un metro, o vecchia coccodrilla, e ti dar questo
[Mostra il pilum.]
nella faccia.
CLEOPATRA,
chiamando da una finestra del palazzo.
Ftatatita! Ftatatita!
FTATATITA,
guardando in su scandalizzata.
Allontanati dalla finestra: allontanati dalla finestra: qui ci sono degli uomini.
CLEOPATRA.
Scendo!
FTATATITA,
inorridita.
No, no! Tu sogni! Oh Dei! Oh Dei! Apollodoro, ordina ai facchini di prendere i pacchi, e venite con me subito.
APOLLODORO,
ai facchini.
Obbedite la maestra di casa della Regina.
FTATATITA,
con impazienza, ai facchini che si chinano per raccogliere i pacchi.
Presto, presto, altrimenti lei far prima di noi.
[Cleopatra esce dal palazzo e corre incontro a Ftatatita].
Ahim! Perch sono nata!
CLEOPATRA,
in fretta.
Ftatatita, mi  venuta un'idea. Voglio una barca... subito!
FTATATITA.
Una barca? No, no,  impossibile. Apollodoro, parla alla Regina.
APOLLODORO,
con galanteria.
Bella regina, sono Apollodoro il Siciliano, tuo servo, e vengo dal bazar. Ti porto i tre pi bei tappeti persiani che sieno in tutto il mondo, perch tu faccia la tua scelta.
CLEOPATRA.
Oggi non ho tempo di scegliere tappeti. Procurami una barca.
FTATATITA.
Che capriccio  questo? Tu non puoi imbarcarti altro che sulla nave regale.
APOLLODORO.
La regalit, o Ftatatita, non sta nella nave, ma nella Regina.
[A Cleopatra].
Il contatto del piede della Tua Maest con l'assito della barca pi misera che sia nel porto, la render regale.
[Si volge verso il porto e chiama:]
Ehi, barcaiuolo, vieni all'approdo.
CLEOPATRA.
Apollodoro, tu sei un cavaliere perfetto, ed io comprer sempre da te i miei tappeti.
Apollodoro s'inchina soddisfatto, un remo appare di gi dalla banchina, e poi il barcaiuolo, un uomo svelto, dalla testa rotonda, vivace, ridente, quasi annerito dal sole, sale una scaletta che monta dall'acqua a destra della sentinella. Ha il remo in mano, e si ferma in cima alla scaletta.
CLEOPATRA.
Sai remare, Apollodoro?
APOLLODORO.
I miei remi saranno le ali della Tua Maest. Dove debbo portare la mia Regina?
CLEOPATRA.
Al faro. Andiamo.
[Va verso la scaletta].
LA SENTINELLA
sbarrandole il passo col pilum abbassato in atto di caricare
Ferma! Non puoi passare!
CLEOPATRA,
arrossendo d'ira.
Quale ardire! Non sai che io sono la Regina dell'Egitto?
LA SENTINELLA.
So la mia consegna, non si passa!
CLEOPATRA.
Dir a Cesare che ti faccia uccidere, se non mi obbedisci.
LA SENTINELLA.
Egli mi far di peggio, se manco alla consegna. Indietro!
CLEOPATRA.
Ftatatita, strozzalo!
LA SENTINELLA,
allarmata, lancia uno sguardo sospettoso a Ftatatita, e le punta contro il pilum.
Gi le mani!
CLEOPATRA,
correndo da Apollodoro
Apollodoro, di' ai tuoi schiavi che ci aiutino.
APOLLODORO.
Non mi occorre il loro aiuto, signora.
[Snuda la spada].
Su, soldato, scegli l'arma per la tua difesa. Vuoi pilum contro spada o spada contro spada?
LA SENTINELLA.
Romano contro Siciliano! Maledizione! Prendi!
[Lancia il pilum contro Apollodoro, che destramente si butta su un ginocchio: il pilum passa fischiando sulla sua testa, e cade innocuo. Con un grido di trionfo, Apollodoro balza sulla sentinella che, sguainata la spada, si difende gridando].
Ol! Guardia! Aiuto!
Cleopatra, mezzo impaurita mezzo gioconda, si rifugia vicino al palazzo, dove i facchini stanno accoccolati in mezzo ai pacchi. Il barcaiuolo scende rapidamente la scala, per mettersi al sicuro; ma si ferma ( visibile la testa che oltrepassa la banchina), per godersi il combattimento. La sentinella  evidentemente preoccupata dal timore di un attacco di Ftatatita alle spalle. La sua abilit di spadaccino, pronto ma rude,  messa a dura prova, perch ogni tanto, fra un colpo ad Apollodoro ed una parata, deve minacciare Ftatatita per tenerla distante. Intanto il centurione torna con vari soldati. Quando si trova di fronte questo rinforzo, Apollodoro balza indietro, a fianco a Cleopatra.
IL CENTURIONE,
sopraggiungendo da destra della sentinella.
Che cosa c' ? Che vuol dir questo?
LA SENTINELLA,
anelando.
Basterei da me, se non ci fosse la vecchia. Tenetela lontano, non mi occorre altro.
IL CENTURIONE.
Il tuo rapporto, soldato. Cosa  accaduto?
FTATATITA.
Centurione, voleva uccidere la regina.
LA SENTINELLA,
brutalmente.
S, piuttosto che lasciarla passare. Voleva prendere la barca per andare al Faro, diceva lei. Io la fermai, secondo gli ordini avuti, ed essa mi lanci addosso quell'individuo.
[Va a raccogliere il pilum, e torna al suo posto].
IL CENTURIONE,
a Cleopatra.
Cleopatra, mi duole di contrariarti; ma senza un preciso ordine di Cesare, non osiamo lasciarti oltrepassare le file dei Romani.
APOLLODORO.
Ebbene, centurione, forse che il Faro non  entro le file dei Romani, poich Cesare vi  sbarcato?
CLEOPATRA.
S, s: rispondigli, se puoi!
IL CENTURIONE,
ad Apollodoro.
Quanto a te, Apollodoro, puoi ringraziare gli Dei che non sei inchiodato alla porta del palazzo con quel pilum in corpo, in premio del tuo intervento.
APOLLODORO,
con urbanit.
No, camerata. Io non nacqui per essere ucciso con un'arma cos brutta!
[Sollevando la spada].
Quando cadr, sar sotto questa bianca regina delle armi, l'unica che sia degna di un artista. E ora che sei convinto che non desideriamo passare oltre le vostre file, lascia che io finisca di uccidere la tua sentinella, e che me ne vada con la Regina.
IL CENTURIONE
mostra la sentinella, e fa un cenno irato.
E basta!... Cleopatra, io devo rispettare gli ordini che mi sono stati dati, e non posso ascoltare le sottigliezze di questo siciliano. Rientra nel palazzo, e l esamina i tuoi tappeti.
CLEOPATRA,
con una smorfia.
No!... No!... Sono la Regina. Cesare stesso non mi parla come fai tu. I centurioni di Cesare hanno preso le maniere dei suoi sguatteri!
IL CENTURIONE,
con stizza.
Faccio il mio dovere, e basta.
APOLLODORO.
Maest, quando uno zotico fa una cosa della quale si vergogna, dice ch' il suo dovere.
IL CENTURIONE,
in collera.
Apollodoro...
APOLLODORO,
interrompendolo, con elegante atto di sfida.
Ti dar riparazione di questa ingiuria, con la spada, a luogo e tempo opportuni. Chi dice artista dice duellista.
[A Cleopatra].
Ascolta il mio consiglio, o Stella di Oriente. Finch non giunga una parola di Cesare a questi soldati, tu sei prigioniera. Lascia che io mi rechi a lui con una tua parola ed un dono, e prima che il sole sia giunto a met del suo cammino verso le braccia del mare, io ti porter da parte di Cesare l'ordine di liberazione.
IL CENTURIONE,
motteggiandolo.
E senza dubbio sarai tu che venderai il dono alla Regina.
APOLLODORO.
Centurione, la Regina avr da me, senza pagamento, quale volontario tributo del buongusto siciliano alla bellezza egiziana, il pi ricco di questi tappeti, per donarlo a Cesare.
CLEOPATRA,
esultante, al centurione.
Vedi, ora, come sei ignorante e volgare!
IL CENTURIONE,
Spiccio.
S, s: fa presto un matto a dar la via ai suoi beni.
[Volto ai suoi uomini:]
Ancora due a questo posto; e badate che nessuno esca dal palazzo, tranne quest'uomo e la sua mercanzia. Se tira di nuovo la spada contro di voi, nelle linee, uccidetelo. Ai vostri posti. Marsc!
[Parte, lasciando due sentinelle in ausilio della prima].
APOLLODORO,
con cortese bonomia
Amici, non volete entrare nel palazzo e affogare la nostra lite in una coppa di vino?
[Tira fuori la borsa, e ne fa suonare il denaro].
Regina, ho i doni per tutti.
LA SENTINELLA,
molto imbronciata.
Hai sentito la mia consegna? Vattene pei fatti tuoi!
IL PRIMO AUSILIARE.
Dovresti capire qualche cosa; via!
IL SECONDO AUSILIARE,
guardando la borsa con occhi cupidi.
Questa sentinella ha il naso adunco: dissimile in ci dal suo compagno, ch' invece camuso.
Non tentare un pover'uomo!
APOLLODORO,
a Cleopatra.
Perla delle regine, il centurione  vicino, e il soldato romano  incorruttibile, quando il suo ufficiale lo pu vedere!... Debbo portare la tua parola a Cesare?
CLEOPATRA,
che  rimasta tutta meditabonda, tra' tappeti.
Pesano molto questi tappeti?
APOLLODORO.
Non importa il loro peso: facchini non ne mancano.
CLEOPATRA.
Come fanno per mettere i tappeti nelle barche? Li buttano dentro?
APOLLODORO.
Non nelle barche piccole, Maest: affonderebbero.
CLEOPATRA,
indicando il barcaiuolo.
Per esempio, nella barca di quell'uomo?
APOLLODORO.
No,  troppo piccola.
CLEOPATRA.
Ma potresti in essa trasportare un tappeto a Cesare, se ne scegliessi uno?
APOLLODORO.
Certamente.
CLEOPATRA.
E lo faresti trasportare gi per le scale con delicatezza, e ne avresti molta cura?
APOLLODORO.
Fidati di me.
CLEOPATRA.
Ma proprio tanta tanta tanta?...
APOLLODORO.
Pi che della mia propria persona.
CLEOPATRA.
T'impegni di non permettere agli schiavi di farlo cadere, o di lanciarlo di peso?
APOLLODORO.
Avvolgici dentro la pi delicata coppa di cristallo che ci sia nel palazzo, e se verr rotta, io pagher con la mia testa.
CLEOPATRA.
Va bene. Vieni, Ftatatita.
Ftatatita va da lei. Apollodoro fa l'atto di accompagnarle verso il palazzo.
No, Apollodoro, non devi venire. Sceglier da me il tappeto. Aspetta di fuori.
[Entra di corso nel palazzo].
APOLLODORO,
ai facchini.
Seguite questa dama
[accennando a Ftatatita],
e obbeditela.
[I facchini si alzano, e prendono i pacchi].
FTATATITA,
parlando ai facchini come se fossero delle robacce.
Di qui. E toglietevi le scarpe, prima di posare i piedi su questa scala.
[Essa entra seguita dai facchini con i tappeti; nel frattempo Apollodoro va sull'orlo della banchina, e osserva per il porto. Le sentinelle lo tengono d'occhio, diffidenti].
APOLLODORO,
alla sentinella.
Amico mio!
LA SENTINELLA,
con durezza.
Silenzio!
IL PRIMO AUSILIARE.
Chiudi codesta bocca, eh?
IL SECONDO AUSILIARE,
borbottando, mentre lancia un'occhiata timorosa verso il lato settentrionale del molo.
Non puoi aspettare un istante?
APOLLODORO.
Pazienza, o illustre asino a tre teste!
[I tre borbottano senza per intimorirlo].
Ma, ditemi un po', siete stati lasciati qui per sorvegliare me, o per sorvegliare gli Egiziani?
SENTINELLA.
Conosciamo il nostro dovere.
APOLLODORO.
Perch dunque non lo fate? Qualche cosa succede laggi.
[Fa cenno verso il sud-ovest del molo].
SENTINELLA.
Non ho bisogno che uno come te m'insegni il mio dovere.
APOLLODORO.
Testa di legno!
[Comincia a gridare].
Ehi! Centurione Ehi!
SENTINELLA.
Maledetto ficcanaso!
[Gridando].
Ehi, l! l! All'armi! All'armi!
I DUE AUSILIARI.
All'armi! All'armi! Ol!
IL CENTURIONE
arriva di corsa con la guardia.
Che c' ancora? La vecchia ti ha di nuovo assalito?
[Scorgendo Apollodoro].
Ah! Sei qui ancora tu?
APOLLODORO,
accennando come prima.
Vedi? Laggi? Gli Egiziani si muovono. Vanno a riprendere il faro. Attaccheranno per terra e per mare. Per terra, lungo il gran molo, per mare, dal Porto Occidentale. Muovetevi, miei cari soldati: la caccia  aperta.
[Si sentono da varie parti del porto squilli di trombe].
Ahaaaa! Ve l'avevo detto?
IL CENTURIONE,
rapidamente.
I due ausiliari daranno l'allarme ai posti di guardia a sud. Uno rimarr qui di guardia: gli altri, via con me, presto!
I due ausiliari corrono a sud, il centurione col resto della guardia corre a nord. Subito dopo, la buccina risuona. I quattro facchini escono dal Palazzo portando sulle spalle un tappeto. Ftatatita li segue.
LA SENTINELLA,
puntando il pilum, con aria timorosa.
Tu di nuovo!
[I facchini si fermano].
FTATATITA.
Silenzio, Romano: ora sei solo. Apollodoro, questo tappeto  il dono che Cleopatra manda a Cesare. Avvolte entro di esso sono dieci coppe preziose del pi fino cristallo d'Iberia, e cento uova del sacro piccione azzurro. Per il tuo onore, veglia a che neppure uno si rompa.
APOLLODORO.
Sulla mia testa.
[Ai facchini].
Trasportatelo con ogni cura nella barca.
[I facchini portano i tappeti sull'orlo della banchina].
IL PRIMO FACCHINO,
guardando gi dalla barca.
Bada a quello che fai, signore. Le uova delle quali parla la signora devono pesare pi d'una libbra ognuno. Quella barca  troppo piccola per tale carico.
BARCAIUOLO,
salendo concitato la scaletta.
Facchino infame! Oh figlio snaturato di un cammello! 
[Ad Apollodoro].
Signore, la barca ha spesso trasportato cinque uomini, e non potr forse trasportare la signoria tua e un carico di uova di piccione?
[Al facchino].
Oh! Dromedario rognoso! Gli Dei ti puniranno per la tua malignit e invidia
IL PRIMO FACCHINO,
duro.
Non posso abbandonare questo peso per bastonarti; ma un altro giorno ti ritrovo.
APOLLODORO,
intervenendo.
Silenzio cost. Se la barca non fosse che una sola asse, giunger lo stesso fino a Cesare.
FTATATITA,
trepidante.
Per amore degli Dei, o Apollodoro, guardati dall'esporre a pericoli quel carico!
APOLLODORO.
Non temere, o venerabile grottesca, intuisco il suo immenso valore.
[Ai facchini].
Mettetelo gi, e piano, altrimenti per dieci giorni non assaggerete altro che bastone.
[Il barcaiuolo scende la gradinata, seguito dai facchini col carico sulle spalle. Ftatatita e Apollodoro li sorvegliano dall'alto della banchina].
APOLLODORO.
Piano, figli miei, ragazzi miei!...
[Con improvviso allarme].
Ah, figli di cani!... Posatelo piano, a poppa... cos... va bene.
FTATATITA,
strillando, ad uno dei facchini.
Non ci mettere il piede sopra, animale, bestione!
PRIMO FACCHINO.
Non agitarti, donna, tutto va bene.
FTATATITA,
tutta affannata.
Tutto va bene! Oh! Mi hai fatto saltare il cuore in bocca.
Si stringe il petto affannata. I quattro facchini sono ormai risaliti ed aspettano in cima alla scalinata per essere pagati.
APOLLODORO.
Ecco: ah, affamati!
[Egli d il denaro al primo facchino, il quale lo tiene nella palma aperta per farlo vedere agli altri che lo attorniano avidamente per contare quant', pronti, secondo il costume orientale, ad invocare il cielo a testimonio dell'avarizia del loro padrone. Invece, la sua generosit li sbalordisce].
PRIMO FACCHINO.
Oh! Generoso principe!
SECONDO FACCHINO.
Oh! Re del Bazar!
TERZO FACCHINO.
Oh! Prediletto degli Dei!
QUARTO FACCHINO.
Oh! Padre di tutti i facchini del mercato!
LA SENTINELLA,
invidiosa, minaccia col pilum.
Via, cani, via! fuori!
[I facchini fuggono verso nord].
APOLLODORO.
Addio, Ftatatita, sar al Faro, prima degli Egiziani.
[Scende la scalinata].
FTATATITA.
Gli Dei ti aiutino a proteggere la mia figlioccia.
La sentinella torna al posto. Dopo avere inseguito i facchini, guarda gi nella barca, tenendosi vicina alla scala, per impedire a Ftatatita la possibilit della fuga.
APOLLODORO,
di sotto, mentre la barca si scosta.
Addio, prode lanciatore di pilum!
SENTINELLA.
Addio, bottegaio!
APOLLODORO.
Ah! ah! Rema, barcaiuolo, rema: cos... i... i... i!...
[Comincia a cantare una barcarola, al ritmo dei remi].
Spiega l'ali, o cuor mio;
Scuoti il peso d'amor.
[Al barcaiuolo].
Dammi i remi, figlio di una lumaca.
SENTINELLA,
a Ftatatita.
Ora, donna, torna al tuo palazzo, rientra, via
FTATATITA,
cadendo in ginocchio, e stendendo le mani sopra le acque.
Dei del mare, trasportatela sana e salva all'altra riva.
SENTINELLA.
Trasportare chi, sana e salva? Cosa dici?
FTATATITA,
guardandolo sinistramente.
Dei dell'Egitto e della vendetta, fate che questo stolto romano sia fustigato come un cane dal suo centurione, per avere permesso che essa fosse trasportata all'altra riva.
LA SENTINELLA.
Maledetta! Essa  dunque nella barca?
[Grida verso il mare].
Barcaiuolo! Ehi! Barcaiuolo!
APOLLODORO
canta in lontananza.
Ti libera, cuor mio,
 tuo nemico amor!
Nel frattempo Rufio, terminato il combattimento della mattina, sta seduto su una fascina, fuori della Porta del Faro, che giganteggia a sinistra, innalzandosi verso le nubi. Egli mangia dei datteri, dei quali ha ripieno l'elmo che tiene stretto tra le ginocchia. Accanto ha un otre di vino. Dietro di lui, il grande basamento di pietra, con due gradini in mezzo, conducenti alla piattaforma. Dalla gru del Faro penzola sopra la testa di Rufio una enorme catena con un uncino. Sottostanno ad essa delle fascine simili a quella sulla quale egli  seduto, pronte ad essere innalzate per mantenere accesa la lanterna.
Cesare sta in piedi, sul gradino della piattaforma guardando dinanzi a s, evidentemente preoccupato. Britanno esce dalla porta del Faro.
RUFIO.
Ebbene, isolano britanno, sei stato in cima?
BRITANNO.
S, calcolo che sia alto duecento piedi.
RUFIO.
Vi  qualcuno l sopra?
BRITANNO.
Un solo uomo di Tiro, assai attempato, per manovrare la gru; e suo figlio, un giovinetto assennato, di quattordici anni.
RUFIO,
guardando la catena.
Come! Un vecchio ed un ragazzo fanno funzionare quella? Venti uomini, vorrai dire?
BRITANNO.
Due soli, ti assicuro. Hanno dei contrappesi ed una macchina piena d'acqua bollente, che non capisco; non  di costruzione britannica. Se ne servono per tirare su i barili di olio e le fascine da bruciare nel braciere della lanterna.
RUFIO.
Ma...
BRITANNO.
Scusami: sono sceso perch alcuni messi vengono verso di noi lungo il molo, dall'isola. Debbo vedere di che si tratta.
[Esce frettolosamente passando davanti al faro]
CESARE
si allontana dalla piattaforma, rabbrividendo, depresso.
Rufio, questa spedizione  stata una follia. Saremo sconfitti. Vorrei sapere come va avanti il lavoro di quella barricata che i miei costruiscono traverso il molo grande.
RUFIO,
iroso.
Devo abbandonare il mio cibo e morire di fame per cercarti notizie?
CESARE,
per calmarlo, nervosamente.
No, Rufio, no. Mangia, figlio mio, mangia.
[Fa un mezzo giro mentre Rufio mastica i datteri].
Impossibile che gli Egiziani sieno tanto stolti da non prendere d'assalto la barricata, prima che essa sia terminata, e gettarsi su noi.  la prima volta che mi trovo in un rischio che avrei potuto evitare. Non avrei dovuto venire in Egitto.
RUFIO.
Un'ora fa eri sicuro della vittoria.
CESARE,
scusandosi.
S. Sono stato uno sciocco... un temerario. Rufio, ho agito da... ragazzo.
RUFIO.
Da ragazzo? ma no!
[Gli offre dei datteri].
Tieni!
CESARE.
Perch questi?
RUFIO.
Per mangiare. Ecco quel che ti manca. Quando si arriva alla tua et ci si sente avviliti, prima di desinare. Mangia e bevi, e dopo considera la nostra situazione.
CESARE,
accettando i datteri.
La mia et!
[Scrolla la testa, e mangia un dattero].
S, Rufio, sono esausto ormai... vecchio...  vero, verissimo.
[Si abbandona alla malinconia, e mangia un dattero].
Achillas  ancora al suo meriggio, Tolomeo  un ragazzo.
[Mangia un altro dattero, e si rimette un pochino].
Ognuno ha i suoi momenti. Io ho avuto i miei, e non posso lagnarmene.
[Con improvvisa baldanza].
Questi datteri non sono cattivi.
[Britanno torna, molto eccitato, con una sacca di cuoio in una mano. Cesare  tosto padrone di s].
Che c' ora?
BRITANNO,
trionfante.
I nostri bravi marinai romani hanno catturato un tesoro. L!
[Getta la sacca ai Piedi di Cesare].
I nostri nemici sono ormai nelle nostre mani.
CESARE.
In quella sacca?
BRITANNO.
Ascolta, Cesare. Quella sacca contiene tutte le lettere scambiate fra il partito di Pompeo e l'esercito di occupazione di qui.
CESARE.
Ebbene?
BRITANNO,
spazientito della lentezza di Cesare nell'afferrare la situazione.
Ebbene?! Noi sapremo i nomi dei nostri nemici. Pu darsi che troviamo in questa sacca il nome di qualcuno che avr cospirato contro di te, fin da quando traversasti il Rubicone.
CESARE.
Buttala al fuoco.
BRITANNO,
soffocando di sorpresa.
Buttala?!...
CESARE.
Al fuoco. Vorresti farmi perdere quegli altri tre anni di vita che mi rimangono, a proscrivere, a condannare nemici, che mi saranno amici quando avr mostrato che la mia amicizia vale pi di quanto valeva quella di Pompeo... pi di quanto vale quella di Catone? Oh, incorreggibile isolano, sono forse un mastino che stia a provocare le liti, per mostrare la potenza delle mie mascelle?
BRITANNO.
Ma il tuo onore... l'onore di Roma?...
CESARE.
Non faccio sacrifici umani al mio onore, come fanno i tuoi Druidi. Se tu non vuoi bruciarla, io almeno posso affondarla.
[Afferra la sacca, e la butta oltre il parapetto in mare].
BRITANNO.
Cesare, questa  stravaganza. Dunque, i traditori dovranno andare liberi per amore d'un paradosso?
RUFIO.
Quando l'isolano avr terminato la predica, richiamami: vo a vedere il meccanismo ad acqua bollente.
[Entra nel Faro].
BRITANNO,
con sincera emozione.
Oh, Cesare, mio grande maestro, quanto vorrei riuscire a farti considerare la vita con seriet, come fanno gli uomini del mio paese!
CESARE.
La considerano veramente con seriet?
BRITANNO.
Non ci sei stato? Non li hai visti? Quale britanno parla come tu parli nei momenti di leggerezza? Quale britanno trascura le funzioni nel bosco sacro? Quale britanno porta abiti multicolori, come fai tu, invece dei semplici panni di colore azzurro, quali tutti gli uomini seri e stimati dovrebbero portare, eh? Presso di noi queste sono considerate questioni di moralit.
CESARE.
B', b', amico mio, forse un giorno diventer un uomo posato, e porter una toga azzurra. Intanto per devo contentarmi di andare avanti alla meglio, secondo il mio indegno sistema romano.
[Apollodoro passa davanti al Faro].
Che c' ora?
BRITANNO,
volgendosi rapidamente, e interrogando lo straniero con alterigia.
Cos' questo? Chi sei? Come sei venuto qua?
APOLLODORO.
Sta tranquillo, amico, non ti voglio mangiare. Sono venuto in barca da Alessandria, con un dono prezioso per Cesare.
CESARE.
Da Alessandria?
BRITANNO,
severo.
Questi  Cesare, signore!
RUFIO,
affacciandosi alla porta del Faro.
Che c' di nuovo ora?
APOLLODORO.
Ave, grande Cesare! Sono Apollodoro, il Siciliano, un artista.
BRITANNO.
Un artista? Perch hanno ammesso questo vagabondo?
CESARE.
Silenzio, isolano, Apollodoro  un noto patrizio, dilettante di arti.
BRITANNO,
sconcertato.
Chiedo scusa al signore!
[A Cesare].
Mi pareva che egli avesse detto di essere un artista di professione.
[Alquanto imbarazzato, egli permette ad Apollodoro, cambiando posto, di avvicinarsi a Cesare. Rufio, dopo aver insolentemente squadrato Apollodoro dalla testa ai piedi, va all'altro lato del palco].
CESARE.
Sii il benvenuto, Apollodoro. Cosa ti conduce qua?
APOLLODORO.
Prima di tutto vengo per consegnarti il dono della regina delle regine.
CESARE.
Chi  essa?
APOLLODORO.
Cleopatra d'Egitto.
CESARE,
abbandonandosi a lui col suo contegno pi affascinante.
Apollodoro, questa non  l'ora per scherzare con doni. Ti prego, torna dalla Regina, e dille che, se tutto va bene, io torner questa sera al palazzo.
APOLLODORO.
Cesare, non posso tornare. Mentre mi avvicinavo al Faro, qualche sciocco gett in mare una grossa valigia, che ruppe la prua della mia barca. Io ebbi appena il tempo di sbarcare col carico, che il povero guscio di noce affond.
CESARE.
Me ne duole, Apollodoro. Quello sciocco sar rimproverato. Be', be', cosa mi hai portato? La Regina si terr offesa, se non lo guardo.
RUFIO.
Abbiamo forse tempo da perdere con queste sciocchezze? La Regina non  che una bambina.
CESARE.
Precisamente. Ma  appunto perci che non dobbiamo procurarle una disillusione. Qual' il dono, Apollodoro?
APOLLODORO.
 un tappeto persiano... Uno splendore, o Cesare! E in esso sono avvolte... mi si dice... uova di piccione, coppe di cristallo. Cose fragili e preziose. Non oso, lo giuro sulla mia testa, farlo trasportare su per quella stretta scala e lungo la ghiaiata.
RUFIO.
Tiralo su con la gru allora. Manderemo le uova al cuoco, berremo il nostro vino nelle coppe, ed il tappeto servir di letto a Cesare.
APOLLODORO.
La gru! Cesare, ho giurato di aver caro questo rotolo di tappeto quanto ho cara la mia vita.
CESARE,
gaio.
Allora fatti tirare su insieme al tappeto, e se la catena si spezza perirai insieme alle uova di piccione.
[Va verso la catena e la esamina accuratamente].
APOLLODORO,
a Britanno.
Cesare parla sul serio?
BRITANNO.
Il suo contegno  frivolo, perch egli  italiano; ma sa bene quel che si dice.
APOLLODORO.
Serio o no, dice bene. Dammi un picchetto di soldati per far funzionare la gru.
BRITANNO.
Alla gru ci penso io. Vai ad aspettare la discesa della catena.
APOLLODORO.
Va bene: fra poco mi vedrai lass
[Si volta verso di loro indicando con gesto eloquente il cielo al disopra del parapetto].
innalzarmi come il sole, col mio tesoro.
[Parte per la medesima via donde  venuto. Britanno entra nel Faro].
RUFIO,
con dispetto.
Hai veramente intenzione di fermarti qui, per queste sciocchezze, Cesare?
CESARE,
indietreggiando alla catena della gru che accenna a funzionare.
Perch no?
RUFIO.
Gli Egiziani te lo faranno capire il perch, se avranno il buonsenso di dare un assalto dalla parte del molo che d sul litorale, prima che la nostra barricata sia terminata. E intanto, eccoci qui ad aspettare come ragazzi un tappeto pieno d'uova di piccione.
[La catena scricchiola ed  sollevata tanto quanto occorre per oltrepassare il parapetto. Poi scompare dietro il Faro].
CESARE.
Non temere, Rufio, figlio mio. Appena il primo egiziano muover il passo sul molo, suoner l'allarme, e noi due raggiungeremo la barricata dalla nostra parte, prima che gli Egiziani vi giungano dalla loro... noi due, Rufio: io, il vecchio e tu, il figlio maggiore: e io, il vecchio, vi arriver primo. Dunque, silenzio!... E dammi un altro po' di datteri.
APOLLODORO,
di sotto alla banchina.
Cos. Tirate su: cos-i-ii!
[La catena  tirata su, fa il giro, e riappare dietro il Faro. Apollodoro  sospeso in aria alla sua estremit, insieme col rotolo del tappeto. Comincia a cantare mentre s'innalza al disopra del parapetto].
Su, su! Di donna, cos celesti,
quali pupille tu mai vedesti?
Molla l!
[Cessa d'innalzarsi]
Pi in l!
[La catena si avanza verso il centro della piattaforma]
RUFIO,
grida verso l'alto.
Abbassate ora.
[La catena col suo fardello comincia a scendere].
APOLLODORO,
verso l'alto.
Piano!... Attenti!... Badate alle uova!
RUFIO,
come sopra.
Adagio!... Piano!... Piano!...
Apollodoro e il tappeto vengono delicatamente depositati sul palcoscenico in mezzo alla piattaforma. Rufio e Cesare aiutano Apollodoro a liberare il tappeto dalla catena.
RUFIO.
Tirate su.
La catena si solleva al disopra delle loro teste. Britanno esce dal Faro, e li aiuta a disfare le corde che legano il tappeto.
APOLLODORO,
quando le corde sono sciolte.
Allontanatevi, amici miei, Cesare deve vedere il primo.
[Svolge il tappeto].
RUFIO.
Nient'altro che un mucchio di scialli. Dove sono le uova di piccione?
APOLLODORO.
Avvicinati, o Cesare, e cercale fra gli scialli.
RUFIO,
sguainando la spada.
Ah! Un tradimento! Indietro, Cesare; ho visto gli scialli muoversi. C' qualche cosa di vivente l dentro.
BRITANNO,
sguainando la spada.
 un serpente!
APOLLODORO.
Oser Cesare introdurre la sua mano nel sacco ove il serpente si muove?
RUFIO,
volgendosi contro.
Infame! Traditore!
CESARE.
Silenzio! Abbassate le spade! Il tuo serpente respira molto regolarmente, o Apollodoro.
[Introduce la mano dentro gli scialli, e ne trae fuori un braccio nudo].
Ecco una serpe graziosa!
RUFIO,
tirando fuori l'altro braccio.
Vediamo il rimanente!
Tutti e due tirano su per i polsi Cleopatra, finch si trova seduta. Britanno, scandalizzato, ricaccia la spada nella guaina, con gesto di protesta.
CLEOPATRA,
ripigliando fiato.
Oh! Soffocavo! Oh, Cesare, un uomo mont sopra me nella barca, e un gran sacco pieno di non so che cadde sopra di me dal cielo, poi la barca affond, poi fui sollevata in aria, e venni gi di botto.
CESARE,
vezzeggiandola mentre essa gli si stringe al petto.
Ebbene, non importa. Eccoti sana e salva, finalmente.
RUFIO.
S: e adesso che essa  qua, cosa ne dobbiamo fare?
BRITANNO.
Cesare, essa non potr rimanere qua, senza la compagnia di qualche matrona.
CLEOPATRA,
gelosa, a Cesare, il quale  evidentemente perplesso.
Non sei contento di vedermi?
CESARE.
S, s; sono contento; ma Rufio ne  adirato, e Britanno scandalizzato.
CLEOPATRA,
sprezzante.
Puoi far mozzare loro il capo, non  vero?
CESARE.
Non mi sarebbero tanto utili col capo mozzo, quanto mi sono ora, carina mia.
RUFIO,
a Cleopatra.
Fra poco dovremo tagliare la testa ad alcuni dei tuoi Egiziani. Ti piacer di essere lasciata qui sola, col rischio di essere presa dal tuo caro fratellino, se saremo vinti?
CLEOPATRA.
Ma non devi lasciarmi sola. Cesare, non mi lascerai sola, non  vero?
RUFIO.
Come! Non quando la tromba suoner, e tutte le nostre vite dipenderanno dalla presenza di Cesare alla barricata: prima che gli Egiziani vi giungano, eh?
CLEOPATRA.
Lascia perdere le loro vite: non sono che soldati.
CESARE,
severamente.
Cleopatra, quando quelle trombe suoneranno ognuno di noi dovr prendere in pugno la sua vita, e lanciarla in faccia alla morte. E non vi  uno di quei miei soldati che hanno posto la loro fiducia in me, la cui mano non sia pi sacra della tua testa.
[Cleopatra  stordita. I suoi occhi si riempiono di lacrime].
Apollodoro, dovrai ricondurla al palazzo.
APOLLODORO.
Sono io forse un delfino, Cesare, per traversare il mare con ragazze sulle spalle? La mia barca  affondata, le tue sono alla barricata, o sono tornate in citt. Ne chiamer una, se potr; non posso fare di pi.
[Torna alla banchina].
CLEOPATRA,
trattenendo a stento le lacrime.
Non importa, non voglio tornare. Nessuno mi vuol bene.
CESARE.
Cleopatra...
CLEOPATRA,
Tu vuoi ch'io sia uccisa!...
CESARE.
Povera bambina: la tua vita importa poco ad ognuno qua, salvo che a te stessa.
A queste parole, essa si avvilisce del tutto. Si ode in lontananza un gran tumulto. Le buccine e le trombe risuonano fra un tumulto di voci; Britanno si lancia al parapetto, e guarda verso il molo. Cesare e Rufio si danno un rapido sguardo, e s'intendono subito.
CESARE.
Andiamo, Rufio.
CLEOPATRA,
levandosi sulle ginocchia e attaccandosi a lui.
No, no, non mi lasciare, Cesare.
[Egli le strappa dalle mani la veste alla quale si  attaccata].
Oh!
BRITANNO,
dal parapetto.
Cesare, siamo isolati! Gli Egiziani sono sbarcati dal porto occidentale, fra noi e la barricata!!!
RUFIO,
accorrendo per vedere.
Maledizione!  vero. Siamo presi come topi in trappola.
CESARE,
addolorato.
Rufio, Rufio, i miei soldati alla barricata rimangono presi tra i nemici venuti da terra e quelli venuti dal mare. Io li ho assassinati!
RUFIO,
tornando dal parapetto alla destra di Cesare.
Ecco che cosa se n'ha, a perdere il tempo con questa ragazza.
APOLLODORO,
tornando rapidamente alla banchina.
Guarda oltre il parapetto, Cesare!
CESARE.
Abbiamo guardato, amico. Dobbiamo difenderci qui.
APOLLODORO.
Ho buttato la scala in mare. Senza quella, non possono sbarcare.
RUFIO.
S, ma anche noi senza essa non possiamo uscire di qua. Hai pensato a ci?
APOLLODORO.
Non uscire?! Perch no? Avete navi nel Porto Orientale?
BRITANNO,
dal parapetto, pieno di speranza.
La galera di Rodi gi si appressa a noi.
[Cesare raggiunge subito Britanno al parapetto].
RUFIO,
spazientito, ad Apollodoro.
E per quale via arriveremo alla galera?
APOLLODORO,
in tono declamatorio di sfida.
Per la via che conduce dovunque... la via diamantina del sole e della luna. Non hai mai veduto quel giuoco di ragazzi, "il ponte rotto"?...: "Le anitre e le oche ci posson ben passare"... Eh?
[Getta via il manto e il berretto, e si lega la spada alla schiena].
RUFIO.
Di cosa parli?
APOLLODORO.
Vedrai.
[Fa cenno a Britanno].
Quanto dista da qui la galera pi vicina?
BRITANNO.
Cinquanta braccia.
CESARE.
No, no: sono pi lontano di quanto appare ai tuoi occhi britanni, in quest'aria limpida: circa un quarto di miglio, Apollodoro.
APOLLODORO.
Va bene. Difendetevi qua, fintanto che io non vi abbia mandata una barca da quella galera laggi.
RUFIO.
Hai forse le ali?
APOLLODORO.
Ali marine, o soldato. Guarda!
[Egli sale rapidamente i gradini fra Britanno e Cesare, fino al bordo del parapetto. Poi si slancia, e si precipita a capofitto in mare].
CESARE,
eccitato come uno scolaretto.
Bene! Bravo!
[Liberandosi a sua volta del manto].
Per Giove! Io pure!
RUFIO,
afferrandolo.
Sei pazzo? Non lo farai davvero.
CESARE.
Perch no? Non so forse nuotare quanto lui?
RUFIO,
esasperato.
Come se uno vecchio indebolito potesse nuotare e sbracciare come un giovine. Lui ha venticinque anni, e tu cinquanta.
CESARE,
liberandosi da Rufio.
Vecchio!!!
BRITANNO,
scandalizzato.
Rufio, ti dimentichi...
CESARE.
Scommetto una settimana di paga che riesco ad arrivare alla galera prima di te, pap Rufio.
CLEOPATRA.
Ma di me, di me! Che ne sar di me?
CESARE.
Ti porter alla galera, sulla mia spalla, come un delfino. Rufio, quando mi vedi riapparire a galla, buttala nell'acqua: m'incarico io di lei. Dopo, buttatevi gi dietro di lei, tutti e due.
CLEOPATRA.
No, no! Affogher.
BRITANNO.
Cesare, sono un uomo e un britanno, non un pesce. Mi occorre una barca, perch non so nuotare.
CLEOPATRA.
Io neppure.
CESARE,
a Britanno.
Rimani dunque qui, solo, finch io non abbia ripreso il Faro. Non ti dimenticher. Andiamo, Rufio.
RUFIO.
Dunque sei deciso a fare questa follia?
CESARE.
Gli Egiziani hanno deciso per me. Che altra via ci rimane? E bada dove salti. Non desidero ricevere le tue centottanta libbre sulle spalle.
[Sale di corsa i gradini e si ferma sul cornicione].
BRITANNO,
ansioso.
Ancora una parola, Cesare. Non farti vedere in quartieri eleganti di Alessandria, prima di esserti cambiato gli abiti.
CESARE,
gridando verso il mare.
Ehi! Apollodoro!
[Accenna al cielo e cita la barcarola].
"Bianco su azzurro, sopra".
APOLLODORO,
nuotando in lontananza.
"Porpora e verde, sotto".
CESARE,
esultante.
Aha!
[Si getta in mare]
CLEOPATRA
salendo, tutta agitata, i gradini.
Ah! Ch'io veda; egli affogher!
[Rufio l'afferra per la vita e la solleva].
Ah! ah! ah! ah!
[Egli la lancia in mare, dove essa precipita strillando. Rufio e Britanno ridono a crepapelle].
RUFIO,
guardando gi.
L'ha ripresa!
[A Britanno].
Tu tieni il Faro, Britanno, Cesare non ti dimenticher.
[Si getta gi].
BRITANNO
sale i gradini per vederli nuotare.
Va bene, Rufio?
RUFIO,
nuotando.
Va bene!
CESARE,
nuotando in lontananza.
Rifgiati lass presso la lanterna del Faro, o Britanno, e ammassa i combustibili sopra la botola.
BRITANNO,
gridando.
Questo per cominciare: poi mi raccomander agli dei della mia patria.
[Dal mare vengono grida ed applausi. Britanno d libero sfogo alla sua gioia].
La barca lo ha raggiunto! Hop! Hop! Hop! Hurrah!
...
.
...
ATTO QUARTO.
...
.
...
Il tuffo di Cleopatra nel Porto Orientale di Alessandria, ha avuto luogo nell'ottobre 48 a. C. Nel marzo del 48 essa passa il pomeriggio in una piccola sala del palazzo, in mezzo ad un gruppo delle sue donne, ascoltando una schiava, che in mezzo alla sala suona l'arpa.
Il maestro di costei, un vecchio musicista dalla faccia rugosa, colle bozze frontali pronunciate, la barba bianca, i baffi e le sopracciglia attorcigliate all'estremit, e una espressione volutamente vivace e pretenziosa,  accovacciato vicino ad essa a destra, e vigila l'esecuzione. Ftatatita  di servizio presso la porta, all'altro lato della sala, dinanzi ad un gruppo di schiave. Tutte, salvo l'arpista, sono sedute: Cleopatra in una sedia di faccia alla porta dall'altro lato della sala, le altre donne per terra. Le dame di Cleopatra sono tutte giovani; le pi notevoli sono Ciarmian ed Iras, le sue predilette.
Ciarmian  una diavoletta color terracotta, lesta ne' movimenti, ha i tratti risentiti, le estremit ben fatte. Iras  una ragazza grassoccia e bonaria, un po' fatua, con un'abbondante capigliatura rossa, pronta a ridere alla minima occasione.
...
.
...
CLEOPATRA.
Potrei...
FTATATITA,
con alterigia, all'arpista.
Silenzio. La Regina parla.
[L'arpista si ferma].
CLEOPATRA,
al vecchio musicista.
Vorrei imparare a suonare l'arpa con le mie mani. Cesare ama la musica. Puoi tu insegnarmi?
IL MUSICO.
Certo, certo. Non ci sono che io che posso insegnare alla Regina. Son pure io quegli che ha scoperto il metodo perduto dagli antichi Egizi, per cui il tocco di una corda bassa poteva far tremare le Piramidi... Tutti gli altri maestri sono ciurmatori.
CLEOPATRA.
Insegnami. Quanto tempo ci vorr?
IL MUSICO.
Non molto. Soli quattro anni. Devi cominciare dal renderti familiare la filosofia di Pitagora!
CLEOPATRA,
indica una schiava.
E quella l s' resa familiare la filosofia di Pitagora?
IL MUSICO.
Oh no! Non  che una schiava, ed ha imparato come pu imparare una cagna.
CLEOPATRA.
Allora, anch'io voglio imparare come una cagna, perch lei suona meglio di te. Mi darai una lezione al giorno, per quindici giorni.
[Il musicista si alza rapidamente, e fa un profondo inchino].
Dopo di che, tutte le volte che io far una nota sbagliata, tu sarai frustato. E se io ne far tante da non avere il tempo di frustarti, sarai buttato nel Nilo, per esser mangiato dai coccodrilli. Da' alla ragazza una moneta d'oro, e vattene.
Il musico esce fuori spinto da Ftatatita fra le risa di tutte, donne e schiave. L'arpista lo segue.
Ma nessuna di voi sa divertirmi? Avete niente da raccontarmi?
IRAS.
Ftatatita...
CLEOPATRA.
Oh! Ftatatita, Ftatatita, sempre Ftatatita. Ancora qualche storia per disgustarmi con lei.
IRAS.
No. Questa volta Ftatatita  stata virtuosa.
[Tutte le donne ridono. Non per le schiave].
Potino ha cercato di corromperla, per poter parlare con te.
CLEOPATRA,
furiosa.
Ah! Voi tutte vendete le mie udienze, come se non dovessi vedere che chi piace a voi, e non chi piace a me! Vorrei sapere quanto della sua moneta d'oro quell'arpista dovr regalare, prima di lasciare il palazzo.
IRAS.
Ci sar facile saperlo!
[Le donne ridono].
CLEOPATRA,
accigliata.
Ridete?... Ma, badate bene! Qualche giorno trover io pure il mezzo di farmi servire com' servito Cesare.
CIARMIAN.
Vecchio naso adunco!
[Ridono di nuovo].
CLEOPATRA,
disgustata.
Silenzio! Non far la scioccherella egiziana, Ciarmian. Sapete perch vi permetto a tutte di chiacchierare sfacciatamente a vostro gusto invece di trattarvi come farebbe Ftatatita, se essa fosse Regina?
CIARMIAN.
Perch cerchi di imitare Cesare in tutto, ed egli lascia sempre che tutti gli dicano quello che vogliono.
CLEOPATRA.
No; ma perch un giorno io gli chiesi la ragione di quel suo modo di fare, ed egli mi disse: "Lasciate chiacchierare le vostre donne, e qualcosa imparerete da loro". E: "Cosa debbo imparare da loro?", io chiesi. "Quello che esse sono", mi rispose; e bisognava che voi vedeste il suo sguardo mentre diceva quelle parole... Mah! Voi vi sareste strette nelle spalle, creature insignificanti che siete!
[Le donne ridono, Cleopatra si volta furiosa verso Iras].
Di chi ridi? Di me o di Cesare?
IRAS.
Di Cesare.
CLEOPATRA.
Se non fossi una sciocca, rideresti di me, e se non fossi vile, non avresti paura di dirmelo.
[Ftatatita rientra].
Ftatatita, mi dicono che Potino ti ha offerto una mancia per essere ammesso alla mia presenza.
FTATATITA,
protestando.
Io ne chiamo a testimoni gli Dei de' miei padri.
CLEOPATRA,
interrompendola brusca, dispotica.
Non ti ho detto pi volte di non negare sempre? Passeresti la giornata a chiamare gli Dei dei tuoi padri a testimoni delle tue virt, se ti lasciassi fare. Va a prendere la mancia, e conducimi Potino.
[Ftatatita sta per rispondere].
Non rispondere. Va!
Ftatatita esce. Cleopatra si alza, e comincia a passeggiare innanzi e indietro, fra la sedia e la porta, meditando. Le donne si alzano, e rimangono in piedi.
IRAS,
alzandosi di mala voglia.
Auff! Vorrei che Cesare tornasse a Roma.
CLEOPATRA,
minacciosa.
Sar un brutto giorno per voi tutte, quando partir. Ah! se non fosse che mi vergogno di fargli vedere che, in fondo, sono crudele quanto mio padre, ti farei pentire di codesto tuo desiderio!... Perch vorresti che fosse gi partito?
CIARMIAN.
Perch ti rende cos terribilmente seria e prosaica, e dotta, e filosofa.  peggio che essere devota, alla nostra et.
[Le dame ridono].
CLEOPATRA.
Finitela con codesto eterno chiacchiericcio! State zitte.
CIARMIAN,
con finta rassegnazione.
S, s; dobbiamo condurci in modo degno di Cesare.
Ridono di nuovo. Cleopatra si rode dalla bile, ma tace, mentre continua a passeggiare in silenzio. Ftatatita torna con Potino, che si ferma sulla soglia.
FTATATITA,
alla porta.
Potino supplica udienza dalla...
CLEOPATRA.
L! l! basta, fallo entrare.
[Torna a sedere. Tutti si siedono, salvo Potino il quale si avanza in mezzo alla sala. Ftatatita riprende il suo posto di prima].
Ebbene, Potino, quali notizie mi porti dei tuoi amici ribelli?
POTINO,
con alterigia.
Non sono amico della rivolta. E un prigioniero non riceve notizie.
CLEOPATRA.
Non sei pi mio prigioniero; ma di Cesare. Da sei mesi siamo assediati, dai miei sudditi, in questo palazzo. Ti  permesso passeggiare sulla spiaggia con i soldati. Posso io, forse, fare di pi? Lo pu Cesare?
POTINO.
Tu Cleopatra non sei che una bambina, e non t'intendi di queste cose.
[Le donne ridono, Cleopatra le fissa intensamente].
CIARMIAN.
Vedi che ignori le ultime notizie, Potino.
POTINO.
Quali sono?
CIARMIAN.
Che Cleopatra non  pi bambina. Debbo dirti come devi fare per diventare pi vecchio, e molto, ma molto pi saggio, in un sol giorno?
POTINO.
Preferirei diventare pi saggio senza diventar pi vecchio.
CIARMIAN.
Ebbene, vai sulla cima del Faro, fatti da qualcuno sollevare per i capelli e buttare in mare.
[Le dame ridono].
CLEOPATRA.
Essa ha ragione, Potino. Il bagno ti laverebbe molta vanit.
[Le dame ridono, Cleopatra si alza impaziente].
Via tutte! Parler sola con Potino. Ftatatita, cacciale via!
[Le dame escono ridendo. Ftatatita chiude la porta dietro di loro].
Cosa aspetti?
FTATATITA.
Non  bene che la Regina rimanga sola con...
CLEOPATRA,
interrompendola.
Ftatatita, dovr sacrificare te agli Dei dei tuoi padri per insegnarti che la regina dell'Egitto sono io e non tu?
FTATATITA,
sdegnata.
Sei come le altre. Vuoi essere gi ci che questi Romani chiamano una "donna nuova".
[Esce sbattendo la porta]
CLEOPATRA,
sedendosi di nuovo.
Dunque, Potino, perch hai pagato Ftatatita per essere introdotto qui?
POTINO,
studiandola, serio.
Cleopatra, mi hanno detto il vero: tu sei cambiata.
CLEOPATRA.
Parla tu con Cesare ogni giorno per sei mesi, e anche tu cambierai.
POTINO.
Dicono tutti che sei infatuata di questo vecchio.
CLEOPATRA.
Infatuata? Cosa significa? Diventata una sciocchina non  vero? Oh, no! Vorrei esserlo!
POTINO.
Vorresti essere una sciocchina? Come mai?
CLEOPATRA.
Quando ero sciocchina facevo quello che mi piaceva, salvo quando Ftatatita mi picchiava; ed anche allora era lo stesso, perch lo facevo di nascosto. Adesso che Cesare mi ha resa saggia, importa non quel che mi piace e quel che non mi piace: faccio quello che dev'essere fatto, e non ho tempo di pensare a me. Non  la felicit, ma la grandezza. Se Cesare fosse partito, credo che saprei governare gli Egiziani; perch ci che Cesare  rispetto a me,  quel che io sono rispetto agli sciocchi che mi circondano.
POTINO,
guardandola fissamente.
Pu darsi che questa sia vanit giovanile.
CLEOPATRA.
No, no: non  gi che io sia molto intelligente; ma  che gli altri sono tanto stupidi.
POTINO,
meditando.
In verit, codesto  il grande segreto.
CLEOPATRA.
Ebbene, ora dimmi quel che sei venuto a dirmi.
POTINO,
imbarazzato.
Io? Nulla!
CLEOPATRA.
Nulla?
POTINO.
Cio: ad implorare la mia libert. Ecco.
CLEOPATRA.
Per codesto, devi inginocchiarti a Cesare. No, Potino, sei venuto con qualche scopo, il raggiungimento del quale deve dipendere dal fatto se Cleopatra  o no una gattina da poterci giuocare. Adesso che Cleopatra  regina, il progetto  fallito.
POTINO,
chinando la testa con sommessione.
 cos.
CLEOPATRA,
esultante.
Aha!
POTINO,
levando su lei gli occhi astuti.
Dunque Cleopatra  veramente la Regina, non la prigioniera e la schiava di Cesare?
CLEOPATRA.
Potino, siamo tutti schiavi di Cesare... tutti di questa terra d'Egitto, vogliamo o no. E colei che  tanto saggia da comprenderlo, regner quando Cesare andr via.
POTINO.
Tu pensi sempre alla partenza di Cesare?
CLEOPATRA.
Ebbene?...
POTINO.
Ch'egli non ti ami?!
CLEOPATRA.
Amarmi? Cesare non ama nessuno. Chi sono coloro che amiamo? Sono quelli che non odiamo: tutti ci sono estranei e nemici, salvo quelli che amiamo. Ma per Cesare non  cos. Egli non conosce l'odio:  amico di tutti... ma come dei bambini e dei cani. La sua bont verso di me  sorprendente: n madre, n padre, n nutrice hanno mai avuto tante attenzioni per me, n mi hanno rivelato a tal punto i loro pensieri.
POTINO.
Ebbene: questo non  amore?
CLEOPATRA.
Come?! Ma egli far altrettanto con la prima ragazza che incontrer tornando a Roma. Domandane al suo schiavo, Britanno: egli  stato egualmente buono con lui. Anzi, chiedine, se vuoi, al suo cavallo!... La sua bont non  dovuta ad una qualche mia qualit:  insita nella sua natura.
POTINO.
Ma come fai a sapere che egli non ti ama dell'amore degli uomini per le donne?
CLEOPATRA.
Perch non mi riesce ingelosirlo... Mi ci sono provata.
POTINO.
Uhm! Forse dovevo chiederti: - tu lo ami? -
CLEOPATRA.
Si pu forse amare un dio? Eppoi amo un altro romano, uno che vidi tanto tempo prima che vedessi Cesare... Non un dio, ma un uomo... uno che sa amare ed odiare... uno che posso far soffrire e che pu farmi soffrire.
POTINO.
Cesare lo sa?
CLEOPATRA.
S.
POTINO.
E non se la prende?
CLEOPATRA.
Promette di mandarlo in Egitto per farmi piacere.
POTINO.
Non capisco quest'uomo.
CLEOPATRA,
con superbo sprezzo.
Tu, capire Cesare! E come lo potresti?
[Con orgoglio].
Io s... per istinto.
POTINO,
deferente; dopo un istante di riflessione.
Vostra Maest mi ha fatto l'onore di ricevermi oggi. Quali comandi ha la Regina per me?
CLEOPATRA.
Questo. Tu credi che facendo re mio fratello, regnerai sull'Egitto, perch sei il suo tutore e lui  uno stupidello.
POTINO.
Alla Regina, affermarlo tale...
CLEOPATRA.
Alla Regina piace anche affermare che Cesare manger te, ed Achillas, e mio fratello, come un gatto mangia un sorcio; e che questa terra d'Egitto la prender cos... come un pastore prende il suo mantello di velli di pecora, e se lo getta sulle spalle. Fatto ci, torner a Roma, lasciando qui Cleopatra come suo vicer.
POTINO,
che non si domina pi.
Ah, no: non lo far mai!... Abbiamo mille uomini ogni dieci dei suoi, e respingeremo in mare lui e le sue miserabili legioni.
CLEOPATRA,
sprezzante, alzandosi per uscire.
Tu declami come un qualunque plebeo. Va dunque a comandare le tue milizie, e fa presto, perch Mitridate di Pergamo  vicino con rinforzi per Cesare. Cesare vi ha tenuti a bada con due legioni; vedremo quello che fareste con venti.
POTINO.
Cleopatra...
CLEOPATRA.
Basta, basta: Cesare mi ha guastata: io non so pi parlare con esseri deboli come te.
[Esce. Potino con un gesto d'ira sta per seguirla, quando Ftatatita entra e lo ferma].
POTINO.
Via, fatemi uscire da questo luogo odioso!
FTATATITA.
Che cosa ti cruccia?
POTINO.
Possa coglierla la maledizione di tutti gli Dei dell'Egitto! Ha venduto al Romano la sua patria per potergliela ricomprare coi baci.
FTATATITA.
Imbecille! Non ti ha detto forse che desidera la partenza di Cesare?
POTINO.
Hai dunque ascoltato?
FTATATITA.
Ho avuto cura che una donna onesta fosse vicina, mentre eri con lei.
POTINO.
Ora, in nome degli Dei...
FTATATITA.
Basta con i tuoi Dei! Gli Dei di Cesare soli sono onnipossenti qua!...  inutile che tu venga da Cleopatra. Tu non sei che un egiziano. Non vuole ascoltare nessuno della sua razza: ci tratta da bambini.
POTINO.
E che gliene venga la morte!
FTATATITA,
sinistra.
Che ti si secchi la lingua a te che fai codesto augurio! Va! Manda qui Lucio Settimio, l'uccisore di Pompeo: quello  Romano, e forse a lui dar ascolto... Va!
POTINO.
Ora, io so da chi andare.
FTATATITA,
insospettita.
Da chi dunque?
POTINO.
Da un romano pi grande di Lucio. E nota bene, gran dama! Tu credevi, prima della venuta di Cesare, che l'Egitto sarebbe stato fra breve governato da te e dalla tua cricca, in nome di Cleopatra... Io mi ci opposi...
FTATATITA,
interrompendolo, litigiosa.
S, perch fosse governato da te e dalla tua cricca, in nome di Tolomeo.
POTINO.
Meglio me e anche te, che una donna romana, di cuore... com' diventata Cleopatra! Ma finch avr vita io, essa non regner. Regolatevi.
[Esce].
Sulla terrazza alta del palazzo, la tavola  imbandita; e Rufio vi sale in questo momento preceduto da un maestoso ufficiale di palazzo, che reca in mano lo scettro del suo ufficio, lo segue uno schiavo che porta uno sgabello intarsiato. Intanto l'ora del desinare s'approssima. Dopo saliti molti gradini, escono finalmente sotto un colonnato massiccio, sull'alto del palazzo. Delle tende leggere sono tese fra le colonne a nord e ad est, per attenuare i calori del sole occiduo. L'ufficiale di palazzo conduce Rufio ad una di queste estremit ombrose. Una corda per tirare le tende pende fra le colonne.
L'UFFICIALE,
inchinandosi.
Il comandante romano aspetter Cesare qua.
Lo schiavo depone lo sgabello presso l'ultima colonna, e si ritira dietro la tenda.
RUFIO,
sedendosi un po' affannato.
Auff! Che salita! Quanto siamo in alto!
L'UFFICIALE.
Siamo in cima al palazzo, o amato dalla Vittoria.
RUFIO.
Va bene. L'amato dalla Vittoria non dovr salire altre scale.
Un secondo ufficiale cerimoniere entra dalla parte opposta camminando all'indietro.
IL SECONDO UFFICIALE.
Cesare si avvicina.
Cesare, fresco dal bagno, indossante una nuova tunica di seta purpurea entra raggiante e festoso seguito da due schiavi portanti una leggera lettiga, che  poco pi di una panca, finemente lavorata. La depongono vicino all'ultima delle due colonne a nord chiuse da una tenda. Ci fatto, si ritirano dietro le tende, e i due ufficiali inchinatisi ossequiosamente, li seguono. Rufio si alza per ricevere Cesare.
CESARE,
andando verso di lui.
Come? Rufio!
[Osservandone il costume con meraviglia e ammirazione].
Una corazza nuova? Un nuovo pomo alla spada... d'oro? E ti sei fatto tagliare i capelli! Ma non la barba?... Impossibile!
[Annusa la barba di Rufio].
S, per Giove Olimpico,  profumata!
RUFIO,
brontolando.
Ebbene:  forse per piacere a me stesso?
CESARE,
dolcemente.
No, Rufio, figlio mio; ma per piacere a me... per festeggiare il mio compleanno.
RUFIO.
S, compleanno! Hai sempre pronto un compleanno, quando si tratta di lusingare una bella figliola, o conciliarti un ambasciatore!
CESARE,
inorridito.
 vero, Rufio,  vero. Non mi corregger mai dal praticare questi piccoli inganni.
RUFIO.
Chi pranza con noi, oltre Cleopatra?
CESARE.
Apollodoro il Siciliano.
RUFIO.
Quel bellimbusto!
CESARE.
Andiamo. Quel bellimbusto  un ragazzo divertente: sa raccontare una storiella, cantare una canzone, e ci risparmia la fatica di adulare la Regina. Che cosa importa a lei di vecchi uomini di stato, e di vecchi uomini di guerra, quali siamo noi? No, Apollodoro  una buona compagnia, Rufio, una buona compagnia.
RUFIO.
Del resto, sa nuotare un po'... e tira un po' di scherma; potrebbe... essere peggio. Se tuttavia imparasse a tacere...
CESARE.
Gli Dei non vogliono che egli impari mai ci! Ah, questa vita militare, questa tediosa, brutale vita d'azione! Questo  il difetto di noi Romani. Noi non siamo buoni che al lavoro e alla fatica: uno sciame di api umane! Dammi un buon parlatore, uno che abbia spirito e immaginazione sufficiente per vivere senza essere sempre occupato!
RUFIO.
Davvero! Se la passerebbe bene con te, dopo terminato il pranzo! Hai notato che io sono venuto prima dell'ora fissata?
CESARE.
Ah! M'immaginavo che dovesse significare qualche cosa. Che c'?
RUFIO.
Possiamo essere uditi?
CESARE.
L'essere cos appartati invita i curiosi. Ci metto rimedio.
[Batte due volte le mani. Le tende vengono tirate lasciando scorgere un giardino sulla terrazza, con in mezzo una tavola imbandita per quattro persone. Una ad ogni estremit, e due accanto. L'accesso del lato vicino a Rufio e Cesare  impedito da anfore e coppe d'oro per il vino. Un magnifico maggiordomo sorveglia un gruppo di schiavi che imbandiscono la mensa. La terrazza  recinta da un colonnato che lascia un'apertura alla estremit nel fondo, simile ad una cancellata attraverso la quale si scorge in prospettiva, oltre l'estremit occidentale del tetto, un vasto orizzonte. Questo  per interrotto nel mezzo da una immagine in grandezza naturale del dio Re, assiso su un'enorme plinto, con la testa di sparviero, coronata d'un aspide e un disco. Ai suoi piedi, l'altare consistente in una semplice pietra bianca].
Ora che tutti possono vederci, nessuno penser ad ascoltarci.
[Si siede sul divano, lasciato dai due schiavi].
RUFIO,
sedendosi sullo sgabello.
Potino desidera parlarti. Ti consiglio di vederlo. Queste donne macchinano qualche complotto.
CESARE.
Chi  questo Potino?
RUFIO.
Quell'uomo che ha i capelli come i peli di uno scoiattolo: il maestro del reuccio, che tu tieni prigioniero.
CESARE,
seccato.
Non  fuggito?
RUFIO.
No.
CESARE,
alzandosi, e con aria imperiosa.
Perch no? Sei stato a sorvegliare quest'uomo invece che tener d'occhio il nemico... Non ti ho detto di lasciar sempre fuggire i prigionieri, a meno che non ti dia disposizioni in senso contrario? Non ci sono forse gi abbastanza bocche da sfamare, senza costui?
RUFIO.
S: e se tu me lo lasciassi sgozzare, risparmieresti le sue razioni, e daresti prova di buonsenso. Infine egli si rifiuta di fuggire. Tre sentinelle gli hanno detto che gli passeranno il loro pilum attraverso il corpo, se lo vedono ancora... che cosa possono fare dippi? Preferisce rimanere per spiare. Io farei altrettanto, se avessi da fare con generali soggetti ad attacchi di clemenza.
CESARE,
sedendosi di nuovo, vinto dal ragionamento.
Hum! E desidera vedermi?
RUFIO.
S: l'ho condotto qui meco
[Fa cenno col pollice sopra la spalla].
sotto scorta.
CESARE.
E desideri che lo veda?
RUFIO,
ostinato.
Non desidero nulla. Probabilmente farai quello che ti parr. Non addossarmene la responsabilit.
CESARE,
dandosi l'aria di fare una concessione a Rufio.
Be', be': fallo venire.
RUFIO,
chiamando.
Ehi!, guardia, sciogli codest'uomo, e fallo venire.
[Accennando].
Avanti!
Potino entra, e si ferma sospettoso in mezzo ai due, guardando ora l'uno ora l'altro.
CESARE,
benigno.
Ah! Potino! Sii il benvenuto! Quali notizie, stasera?
POTINO.
Cesare, vengo a metterti in guardia contro un pericolo, e farti un'offerta.
CESARE.
Lascia stare il pericolo: sentiamo l'offerta.
RUFIO.
Lascia stare l'offerta: qual' il pericolo?
POTINO.
Cesare, credi tu che Cleopatra ti sia devota?
CESARE,
serio.
Amico mio, so gi quello che penso: sentiamo l'offerta.
POTINO.
Sar franco. Ignoro quali strane deit ti abbiano concesso di difenderti in un palazzo e con pochi metri di spiaggia contro una citt ed un esercito. Dacch ti tagliammo la via al Lago Mareotis, e che tu scavasti pozzi nella rena salata del mare e ne traesti fuori otri d'acqua dolce, noi sappiamo che i tuoi dei sono irresistibili, e che tu sei operatore di miracoli: non ti minaccio pi...
RUFIO,
sarcastico.
Sei generoso davvero!
POTINO.
Cos sia. Tu sei il padrone. I nostri Dei mandarono venti dal nord-ovest, per tenerti in nostro potere; ma sei stato pi forte di loro.
CESARE,
incoraggiandolo gentilmente di venire al fatto.
S, s, amico mio. Ma poi?
RUFIO.
Sputa fuori, su: cos'hai da dire?
POTINO.
Debbo dire che hai una traditrice nel tuo campo: Cleopatra...
IL MAGGIORDOMO,
dalla tavola, introducendo.
La Regina!
[Cesare e Rufio si alzano].
RUFIO,
a parte, a Potino.
Lo dovevi sputar fuori prima, imbecille! Ormai  troppo tardi.
Cleopatra, vestita sfarzosamente, entra con solennit dall'apertura del colonnato, e scende passando davanti all'immagine di Re, e davanti alla tavola, fino a Cesare. Il suo seguito con a capo Ftatatita si unisce alla schiera vicino alla tavola. Cesare offre la sua sedia a Cleopatra. Essa si siede.
CLEOPATRA,
rapidamente, vedendo Potino.
Cosa fa costui qua?
CESARE,
di ottimo umore, sedendosi accanto a lei.
Stava per dirmi qualche cosa a tuo riguardo. Sentirai. Continua, Potino.
POTINO,
sconcertato.
Cesare...
[Balbetta].
CESARE.
Ebbene? di', su!
POTINO.
Quello che ho da dire  per il tuo orecchio, non per quello della Regina.
CLEOPATRA,
con ferocia repressa.
Ci sono mezzi per costringerti a parlare: bada!
POTINO,
in tono di sfida.
Cesare non ricorre a tali mezzi.
CESARE.
Amico mio, quando uno ha qualche cosa da dire a questo mondo, la difficolt non sta nel fargliela dire, ma nell'impedirgli di dirla troppo spesso. Lascia che io festeggi il mio compleanno dandoti la libert. Addio: non c'incontreremo pi.
CLEOPATRA,
irata.
Cesare! Questa clemenza  sciocca!
POTINO,
a Cesare.
Non vuoi concedermi di parlarti da solo? Forse ne va della tua vita.
[Cesare si alza con aria altera].
RUFIO,
a parte, a Potino.
Somaro! Ora sentiremo di grosse parole.
CESARE,
in tono oratorio.
Potino...
RUFIO,
interrompendolo.
Cesare, se cominci a fare la tua predica prediletta su la vita e la morte, il pranzo si sciupa...
CLEOPATRA,
dandosi un'aria importante.
Silenzio, Rufio. Desidero sentire Cesare.
RUFIO,
bruscamente.
Vostra Maest lo ha gi sentito. Lo ripetesti ad Apollodoro, la settimana scorsa, ed egli ha creduto che fosse tuo.
[La dignit di Cesare non resiste alla bottata di Rufio. Messo in allegria egli si siede e guarda maliziosamente Cleopatra che  furibonda. Rufio chiama come prima].
Ehi, l, guardie. Fate uscire il prigioniero. Egli  libero.
[A Potino].
Ed ora, via! Hai perduto la buona occasione.
POTINO.
Cesare, hai insegnato a Cleopatra le arti, grazie alle quali i Romani governano il mondo...
CESARE.
Ahim! I Romani non sanno neppure governare se stessi. Ebbene?
POTINO.
Ebbene! Sei dunque tanto inebriato della sua bellezza che non capisci che essa  impaziente di regnare sola su l'Egitto, e che il suo cuore vuole la tua partenza?
CLEOPATRA,
scattando.
Bugiardo!
CESARE,
scandalizzato.
Come! Proteste! Contradizioni!
CLEOPATRA,
vergognosa ma tremante d'ira repressa.
No, non mi degno di contradirlo. Lascialo parlare.
[Si siede di nuovo].
POTINO.
Dalle sue labbra, l'ho udito. Tu devi fare il suo giuoco: devi strappare la corona dal capo di suo fratello, per posarla sulla testa a lei, metter tutti nelle sue mani... anche te stesso. E allora Cesare potr tornare a Roma, o passare per la porta della morte, la quale  pi vicina e pi sicura.
CESARE,
sereno.
Ebbene, amico mio, e tutto questo non  forse molto naturale?
POTINO,
Stupito.
Naturale? Dunque non ti sdegna il tradimento?
CESARE.
Sdegnarmi? Oh, sciocco egiziano, cos'ho io di comune con lo sdegno?!... Forse che io mi sdegno contro il vento perch mi gela, o contro la notte perch io barcollo nelle tenebre? Mi risentir io forse contro la giovent, perch si scosta dalla mia vecchiaia?... Contro l'ambizione, perch si ribella contro la schiavit? Narrarmi questo  come dirmi che domani sorger il sole...
CLEOPATRA,
incapace di contenersi oltre.
Ma  falso, falso. Lo giuro.
CESARE.
 vero. Anche se lo giurassi mille volte credendo tutto quanto giuri.
[Essa  convulsa di emozione. Per darle tempo di rimettersi, Cesare si alza e conduce via Rufio e Potino, dicendo:]
Andiamo, Rufio, accompagneremo Potino oltre la guardia. Ho una parola da dirgli.
[A parte, ai due].
Dobbiamo lasciar sola un istante la Regina, perch si rimetta.
[Ad alta voce].
Andiamo.
[Conduce fuori Potino e Rufio parlando con loro].
Di' ai tuoi amici, o Potino, che non debbono credermi contrario ad un ragionevole assestamento degli affari del paese.
[Se ne vanno, al di l della portata della voce].
CLEOPATRA,
Sussurra soffocata.
Ftatatita! Ftatatita!
FTATATITA,
accorrendo a lei dalla tavola, e vezzeggiandola.
Calmati, bambina, rasserenati.
CLEOPATRA,
interrompendola.
Ci possono udire?
FTATATITA.
No, amor mio, no.
CLEOPATRA.
Ascoltami. Se egli esce vivo dal palazzo, non guardarmi pi in faccia.
FTATATITA.
Egli? Pot...
CLEOPATRA,
colpendola sulla bocca.
Colpiscilo nella vita, come io sulle tue labbra colpisco il suo nome. Precipitalo gi dal muro. Spezzalo sulle pietre. Uccidilo, uccidilo, uccidilo!
FTATATITA,
mostrando tutti i denti che le avanzano.
Perir, quel cane!
CLEOPATRA.
Se ti fallisce il colpo, non ti far pi vedere.
FTATATITA,
risoluta.
Cos sia. Non rivedrai la mia faccia prima che i suoi occhi siano chiusi nelle tenebre.
[Cesare torna con Rufio ed Apollodoro squisitamente vestito].
CLEOPATRA,
a Ftatatita.
Torna presto, presto!
[Ftatatita fissa con occhi significativi la sua padrona per un istante, quindi, con espressione sinistra, esce passando davanti a Re. Come una gazzella, Cleopatra corre a Cesare].
Dunque torni da me, o Cesare.
[Vezzeggiandolo].
Pensavo che tu fossi in collera con me: Sii il benvenuto, Apollodoro.
[Gli porge la mano a baciare, con l'altro braccio cinge Cesare].
APOLLODORO.
Ogni settimana Cleopatra diviene pi donna e pi bella.
CLEOPATRA.
Davvero, Apollodoro?
APOLLODORO.
Dico molto, molto meno del vero. L'amico Rufio lanci una perla in mare: Cesare ne pesc un diamante.
CESARE.
Cesare ne pesc un po' di reuma, amico mio. Andiamo; a tavola, a tavola.
[Si avvicinano alla mensa],
CLEOPATRA,
saltellando come un fauno giovinetto.
A tavola: vedrai che pranzo ho comandato per te, Cesare.
CESARE.
S, s! Che abbiamo?
CLEOPATRA.
Cervelli di pavone.
CESARE,
come se avesse l'acquolina in bocca.
Cervelli di pavone, Apollodoro!
APOLLODORO.
Non per me. Preferisco le lingue d'usignuolo.
[Si dirige a uno dei due coperti imbanditi accanto].
CLEOPATRA.
Cinghiale arrosto, Rufio.
RUFIO,
schietto.
Brava!
[Si siede a sinistra di Apollodoro].
CESARE,
guardando il suo sedile a capo di tavola, alla sinistra di Re.
Dov' andato il mio cuscino di cuoio?
CLEOPATRA,
seduta all'altra estremit.
Te ne ho procurato dei nuovi.
MAGGIORDOMO.
Questi cuscini, o Cesare, sono di velo di Malta, ripieni di petali di rosa.
CESARE.
Petali di rosa? Sono forse un bruco?
[Butta via i cuscini e si siede sul guanciale di cuoio ad essi sottostante].
CLEOPATRA.
Che peccato! I miei cuscini nuovi!
IL MAGGIORDOMO,
accanto a Cesare.
Cosa dobbiamo servire per aguzzare l'appetito di Cesare?
CESARE.
Cos'hai?
MAGGIORDOMO.
Ricci di mare, frutti di mare neri e bianchi, ortiche di mare, beccafichi, datteri di mare purpurei.
CESARE.
Hai delle ostriche?
MAGGIORDOMO.
Sicuro!
CESARE.
Ostriche di Britannia?
MAGGIORDOMO,
annuendo.
Ostriche britanniche, Cesare.
CESARE.
Allora, ostriche.
[Il maggiordomo, ad ogni ordine, fa cenno ad uno schiavo; questi esce per eseguirlo].
Sono stato in Britannia, quella terra occidua del mondo romano... l'ultimo lembo di terra sull'Oceano che circonda il mondo. Vi andai per cercare le sue rinomate perle. Le perle di Britannia erano una favola; ma cercando quelle, trovai le ostriche.
APOLLODORO.
La posterit te ne sar sempre grata.
[Al maggiordomo].
Ricci di mare, a me.
RUFIO.
Non hai nulla di pi solido, per incominciare?
MAGGIORDOMO.
Pernici con asparagi...
CLEOPATRA,
interrompendolo.
Capponi ingrassati. Fatti servire il cappone ingrassato, Rufio.
RUFIO.
S, quello mi va.
CLEOPATRA,
ghiotta.
Le pernici per me.
MAGGIORDOMO.
Cesare si degner di scegliere il vino? Siciliano, di Lesbo, Chio?
RUFIO,
sprezzante.
Tutti vini greci.
APOLLODORO.
Chi vorrebbe bere vino romano, quando pu avere quello greco? Assaggia quello di Lesbo, Cesare.
CESARE.
Portami il mio decotto di orzo.
RUFIO,
con grande disgusto.
Uff! A me porta il Falerno.
[Il Falerno gli vien subito portato].
CLEOPATRA,
con dispetto.
Invitarti a pranzo, Cesare,  tempo perso. I miei sguatteri rifiuterebbero i cibi che vuoi tu.
CESARE,
cedendo.
Be', be', proviamo il vino di Lesbo.
[Il maggiordomo empie la coppa di Cesare, poi quella di Cleopatra, poi quella di Apollodoro].
Ma quando torner a Roma far delle leggi contro tale spreco; e far perfino eseguire le leggi.
CLEOPATRA,
vezzeggiandolo.
Non importa. Oggi devi essere simile agli altri: ozioso, amante del lusso e buono.
[Essa gli stende la mano sopra la tavola].
CESARE.
Va bene, per una volta sacrificher i miei comodi...
[Bacia la mano di Cleopatra]
L!
[Beve un sorso di vino].
Sei soddisfatta adesso?
CLEOPATRA.
E non credi pi che io aneli alla tua partenza per Roma?
CESARE.
Non credo pi a niente. Il mio cervello dorme. Eppoi chi sa se torner a Roma.
RUFIO,
allarmato.
Come? Eh? Che dici?
CESARE.
Cosa pu mostrarmi Roma che io non conosca? Un anno a Roma  simile ad un altro, salvo che io invecchio, mentre la folla che passeggia sulla via Appia  sempre della medesima et.
APOLLODORO.
N qua in Egitto va meglio. I vecchi stanchi di vivere dicono: "Abbiamo visto tutto; salvo la sorgente del Nilo!".
CESARE,
entusiasmandosi.
E perch non vederla? Vuoi venire con me, Cleopatra; e seguiremo il fiume fino alla sua culla, nel cuore della regione del mistero? Vuoi che lasciamo indietro Roma?... Roma che ha raggiunto la grandezza solo per imparare che la grandezza distrugge le nazioni di uomini che non sono grandi? Vuoi che io ti dia un nuovo regno, e che ti costruisca una citt santa, l, nel cuore dell'ignoto?
CLEOPATRA.
S, s! Veramente, lo farai?
RUFIO.
Gi: ora conquista l'Africa con due legioni, prima di arrivare al cinghiale arrosto.
APOLLODORO.
Via, non schernire. Questo  un nobile proposito; in esso Cesare non  pi soltanto il soldato vincitore,  l'artista che crea. Daremo il nome alla citt santa, e la consacreremo col vino di Lesbo.
CESARE.
Cleopatra sceglier il nome.
CLEOPATRA.
La chiamer: "Il dono di Cesare all'amata".
APOLLODORO.
No, no; un nome pi vasto di codesto, qualcosa d'immenso, come il cielo stellato.
CESARE,
prosaico.
Perch non chiamarla semplicemente: "Culla del Nilo?"
CLEOPATRA.
No: il Nilo  mio avo; ed egli  un dio. Oh! Ho una idea. Il Nilo stesso suggerir il nome.
[Al maggiordomo].
Manda a chiamarlo.
[I tre uomini si guardano in faccia; ma il maggiordomo esce, come se avesse ricevuto l'ordine pi comune. Al seguito:]
E voi tutti, via!
Il seguito si ritira, inchinandosi.
Un sacerdote si avanza portando una sfinge piccolissima, innanzi alla quale  un minuscolo tripode. Quindi esso va alla tavola, e depone l'immagine in mezzo ad essa. La luce comincia a tramutarsi nel purpureo perlaceo del tramonto egiziano, come se il dio avesse portato seco un'ombra dagli strani colori. I tre uomini sono determinati a non lasciarsi impressionare; ma tuttavia si sentono loro malgrado un po' incuriositi.
CESARE.
Quale stregoneria  questa?
CLEOPATRA.
Vedrete. E non  una stregoneria. Per farlo secondo le regole, dovremmo uccidere qualche cosa per propiziare il dio; ma forse risponder a Cesare, se versiamo soltanto del vino.
APOLLODORO,
volgendo la testa per guardare dietro le spalle Re.
Perch non invocare l'omno l dalla testa di falco?
[Lo addita].
CLEOPATRA,
nervosa.
Ssst! Se ti udisse, andrebbe in collera...
RUFIO.
La sorgente del Nilo  fuori della sua giurisdizione, probabilmente.
CLEOPATRA.
No, non voglio che la mia citt abbia il nome da altri che dalla mia cara piccola sfinge, perch fu nelle sue braccia che Cesare mi trov addormentata.
[Essa d un'occhiata languida a Cesare, poi si volge bruscamente verso il sacerdote].
Esci. Sono sacerdotessa, e mi  concesso officiare in tua vece.
[Il sacerdote s'inchina ed esce].
Adesso invocheremo tutti insieme il Nilo. Lo udremo dare dei colpi sulla tavola.
CESARE.
Come? Dare dei colpi sulla tavola? Ma  possibile che simili superstizioni abbiano ancora seguaci nell'anno settecentosette della Repubblica?
CLEOPATRA.
Non  una superstizione. I nostri sacerdoti imparano molte cose dalle tavole. Non  vero, Apollodoro?
APOLLODORO.
S, mi dichiaro convertito. Quando Cleopatra  sacerdotessa, Apollodoro  un credente. Pronunzia la invocazione!
CLEOPATRA.
Dovete ripetere come me: "Facci udire la tua voce o padre Nilo!".
TUTTI E QUATTRO,
porgendo i bicchieri davanti all'idolo.
"Facci udire la tua voce, o padre Nilo!"
Il grido di terribile angoscia di un moribondo risponde loro. Inorriditi, gli uomini posano le coppe e ascoltano. Silenzio! Il cielo si fa color di porpora pi caldo. Cesare getta un'occhiata a Cleopatra, e la scorge che versa vino, dinanzi al dio, con gli occhi scintillanti e muti atti di gratitudine e di adorazione. Apollodoro balza in piedi, e corre all'orlo del tetto, per guardare di sotto ed ascoltare.
CESARE,
fissando Cleopatra.
Che vuol dire questo?
CLEOPATRA,
indifferente.
Niente. Fustigano uno schiavo.
CESARE.
Niente!
RUFIO.
Un uomo  stato pugnalato, lo giurerei.
CESARE,
alzandosi.
Un assassinio!
APOLLODORO,
dal fondo della scena, gesticolando per ottenere silenzio.
Ssst!... Silenzio!... Avete udito?...
CESARE.
Un altro grido?
APOLLODORO,
tornando alla tavola.
No, un tonfo. Qualche cosa  caduto sulla spiaggia, credo.
RUFIO,
alzandosi tetro.
Qualche cosa con dell'ossa dentro, nevvero?
CESARE,
rabbrividendo.
Zitto, Rufio, zitto!
[Si allontana dalla tavola, e torna al colonnato. Rufio lo segue a sinistra, Apollodoro a destra].
CLEOPATRA,
sempre al suo posto.
Mi lasci, Cesare? Apollodoro, te ne vai?
APOLLODORO.
In verit, bella Regina, l'appetito mi  venuto meno.
CESARE.
Scendi nel cortile, Apollodoro, ed informati dell'accaduto.
Apollodoro fa un gesto di assenso, ed esce per la scalinata dalla quale  salito Rufio.
CLEOPATRA.
Forse i tuoi soldati avranno ucciso qualcuno: cosa importa?
Si sente dalla spiaggia sottostante salire il mormorio di una folla. Cesare e Rufio si guardano.
CESARE.
Qui bisogna prendere riparo.
[Sta per seguire Apollodoro, quando Rufio lo ferma posandogli la mano sul braccio, mentre Ftatatita rientra dall'altro capo della terrazza. Cammina strascicando i passi e ha un'aria di torpida saziet, nello sguardo e negli angoli delle sue labbra da mastino. Per un istante, Cesare la crede ubriaca di vino. Non cos Rufio: egli ben capisce quale rosso liquore l'ha inebriata].
RUFIO,
a voce bassa.
C' qualche diavoleria fra quelle due.
FTATATITA.
La Regina vede ancora la faccia della sua serva.
Cleopatra la guarda un istante e il suo viso rispecchia un istante l'espressione omicida dell'altra. Poi le butta le braccia al collo, e la bacia ripetutamente, indi si strappa di dosso i gioielli e glieli accumula in grembo. I due uomini torcono la faccia da questo spettacolo per fissarsi negli occhi. Ftatatita si trascina come trasognata all'altare di Re, e s'inginocchia in preghiera. Cesare va verso Cleopatra, lasciando Rufio sotto il colonnato.
CESARE,
scrutandola.
Cleopatra, cos' accaduto?
CLEOPATRA,
mortalmente atterrita, ma armandosi di tutto il suo fascino.
Niente, Cesare diletto.
[Con languore dolce, la voce pare le venga meno.].
Niente. Sono innocente.
[Si avvicina a lui con affetto].
Caro Cesare, sei sdegnato meco? Perch mi guardi cos? Sono rimasta qui tutto questo tempo; posso sapere ci che  accaduto?
CESARE,
riflettendo.
 vero.
CLEOPATRA,
molto sollevata, cercando di accarezzarlo.
Ma certo che  vero.
[Egli non risponde alla carezza].
Tu sai che  vero, Rufio.
Fuori, il mormorio diventa improvvisamente un ruggito. Poi cade di nuovo.
RUFIO.
Lo sapr fra un istante.
[Va verso l'altare col trotto allungato che gli serve di passo, e tocca Ftatatita sulla spalla].
Andiamo, donna, ho bisogno di te.
[Con un gesto le impone di precederlo].
FTATATITA,
alzandosi e guardando torva.
Il mio posto  presso la Regina.
CLEOPATRA.
Non ha fatto nulla di male, Rufio.
CESARE,
a Rufio.
Lasciala stare.
RUFIO,
sedendosi sull'altare.
Va bene: allora anche il mio posto  qua, e puoi vedere da te di che si tratta. Pare che la citt sia in tumulto.
CESARE,
con grave disappunto.
Rufio: vien l'ora che bisogna obbedire.
RUFIO.
V' pure l'ora che non bisogna muoversi!
[Incrocia le braccia con atto deliberato].
CESARE,
a Cleopatra
Mandala via.
CLEOPATRA,
piagnucolando nell'ansia di propiziarselo.
S, lo far; far tutto quello che vorrai, Cesare, sempre perch ti amo. Ftatatita, vai via.
FTATATITA
La parola della Regina  la mia legge. Sar pronta alla chiamata della Regina.
[Esce com' entrata, passando davanti a Re].
RUFIO,
seguendola.
Ricordati, Cesare, che la tua guardia aspetta la tua chiamata.
[Esce dietro Ftatatita].
CLEOPATRA,
persuasa che Cesare s' sottomesso a Rufio, si scosta dalla tavola e si siede sulla panca del colonnato.
Perch ti lasci trattare cos da Rufio? Dovresti insegnargli a starsene al suo posto.
CESARE.
Insegnargli ad essermi nemico, a nascondermi i suoi pensieri, come me li nascondi tu ora?
CLEOPATRA,
ripresa dalla paura.
Perch dici cos, Cesare? Davvero, davvero non ti nascondo nulla. Hai torto di trattarmi cos.
[Soffoca un singhiozzo].
Non sono che una bambina, e tu ti fai di pietra, perch credi che abbia ucciso qualcuno. Non posso resistere.
[Scoppia in lagrime forzate. Egli la guarda con profonda malinconia, ed assoluta freddezza. Essa lo guarda, per vedere quale effetto produce su lui. Vedendolo indifferente, si alza fingendo di lottare con la sua emozione e di vincerla energicamente].
CLEOPATRA.
Ma via! So che detesti le lacrime, non voglio turbarti. So che non sei adirato con me, ma soltanto afflitto; ma io sono cos sciocca che non posso fare a meno di addolorarmi, quando mi parli freddamente. Senza dubbio, hai ragione;  terribile pensare che qualcuno sia stato ucciso, od anche soltanto ferito, e spero che nulla di serio ...
[La voce si spegne, sotto lo sguardo sprezzante di lui].
CESARE.
Cosa ti ha spaventata per farti agire cos? Cos'hai fatto?
[Uno squillo di tromba risuona gi, sulla spiaggia].
Ah! Questa sembra essere la risposta.
CLEOPATRA,
ricadendo tremante sulla panca, e coprendosi il volto con le mani.
Non ti ho tradito, Cesare, te lo giuro.
CESARE.
Lo so. Non mi sono fidato in te.
[Si scosta da lei, e sta per uscire, quando Apollodoro e Britanno entrano trascinando Lucio Settimio. Rufio li segue, e Cesare rabbrividisce].
Ancora l'assassino di Pompeo!
RUFIO.
La citt  impazzita, mi pare. Vogliono rovinare il palazzo e buttarci tutti in mare. Abbiamo preso questo rinnegato, mentre li cacciavamo dal cortile.
CESARE.
Liberatelo.
[Essi lasciano libere le sue braccia].
Che cosa ha offeso i cittadini, Lucio Settimio?
LUCIO.
Che vuoi che ti dica, Cesare? Potino era un loro idolo.
CESARE.
Cos' accaduto a Potino? Io l'ho mandato via di qui libero, appena mezz'ora fa. Non lo hanno fatto uscire?
LUCIO.
Oh! s: dalla vlta della galleria, sessanta piedi da terra, con un palmo di lama tra le costole. Egli  ben morto quanto Pompeo. Oramai, quanto a uccidere, siamo pari... tu e io!
CESARE,
inorridito.
Assassinato!... Il nostro prigioniero! Il nostro ospite!
[Si volge in atto di rammarico a Rufio].
Rufio!...
RUFIO,
con enfasi, prevedendo la domanda.
Chiunque lo abbia commesso, fu un uomo di senno e nostro amico.
[Cleopatra si imbaldanzisce a queste parole].
Ma nessuno di noi ci ha messo mano. Cos,  inutile che tu mi guardi accigliato.
[Cesare si volta e fissa Cleopatra].
CLEOPATRA,
alzandosi violentemente.
Egli fu ucciso per ordine della Regina d'Egitto. Io non sono Giulio Cesare, il sognatore, che si lascia vilipendere da ogni schiavo. Rufio ha detto che ho ben fatto, ed esso e gli altri giudicheranno.
[Si volge verso gli altri].
Questo Potino cercava di indurmi a cospirare con lui per vendere Cesare ad Achillas e a Tolomeo. Io mi son ricusata, ed egli mi ha maledetta ed  venuto segretamente da Cesare per accusarmi del proprio tradimento. Io l'ho sorpreso sul fatto ed egli mi ha insultata... me, la Regina! In mia presenza Cesare non ha voluto vendicarmi. Egli gli ha parlato con dolcezza, e lo ha liberato. Ho fatto bene a vendicarmi? Parla tu, Lucio.
LUCIO.
Non dico di no. Ma Cesare non ti ringrazier di certo.
CLEOPATRA.
Parla, o Apollodoro, ho fatto male?
APOLLODORO.
Non ho che una sola parola di biasimo, o bellissima. Avresti dovuto affidare la cosa a me, tuo cavaliere, ed io, in leale duello, avrei ucciso l'offensore.
CLEOPATRA,
con violenza.
Sar giudicata perfino dal tuo schiavo, o Cesare. Parla, Britanno: ho fatto male?
BRITANNO.
Se il tradimento, la menzogna e la slealt non fossero puniti, la societ diverrebbe un'arena di belve: Cesare ha torto.
CESARE,
con amarezza, ma tranquillo.
Dunque, il verdetto  contrario, pare.
CLEOPATRA,
veemente.
Ascoltami, Cesare. Se si pu trovare in tutta Alessandria uno per dire che ho fatto male, giuro di farmi crocifiggere dai miei schiavi alla porta del mio palazzo.
CESARE.
Se si pu trovare in tutto il mondo, ora o mai, uno che sappia che tu hai fatto male: quell'uno dovr avere conquistato il mondo, come io ho fatto, o esser crocifisso.
[Il tumulto della via gli giunge di nuovo agli orecchi]. 
Senti? Questi che battono alle tue porte credono anch'essi alla vendetta, al pugnale. Tu hai ucciso il loro capitano:  giusto che essi ti uccidano. Se ne dubiti, domandane ai tuoi quattro consiglieri qui presenti. E dopo, in nome di una simile giustizia
[Appoggia con grande disprezzo sulla parola.]
non dovr io forse ucciderli per avere assassinato la Regina, e alla mia volta essere ucciso dai loro compatrioti come invasore della loro patria? E dopo, potr Roma fare a meno di vendicare la mia morte e uccidere questi uccisori, per mostrare al mondo in qual modo Roma vendica i suoi figli e il suo onore? E cos fino alla fine della storia; l'assassino generando l'assassino, sempre, in nome del diritto, dell'onore e della pace; finch gli dei, sazi di sangue, creeranno una razza che sappia comprendere.
[Si ode un feroce tumulto. Cleopatra impallidisce di terrore].
Ascolta, tu, che non devi essere ingiuriata. Avvicinati in modo da afferrare le loro parole: le udirai pi amare di quelle di Potino.
[Altero, chiudendosi in una dignit impenetrabile].
La Regina d'Egitto ordiner adesso le sue vendette, e si preparer alla difesa, perch essa ha rinunciato a Cesare.
[Si avvia per uscire].
CLEOPATRA,
terrorizzata, rincorrendolo e cadendo in ginocchio.
Cesare, non mi abbandonerai, difenderai il palazzo!
CESARE.
Ti sei dato il diritto di vita e di morte. Io non sono che un sognatore.
CLEOPATRA.
Ma mi uccideranno!
CESARE.
E perch no?
CLEOPATRA.
Per piet!...
CESARE.
Piet! Come sei dunque venuta cos improvvisamente a questo: che nulla ti pu salvare se non la piet? Salv essa forse Potino?
Cleopatra si alza torcendosi le mani, e torna disperata al sedile. Apollodoro le dimostra la sua simpatia collocandosi silenziosamente dietro di lei. Il cielo ormai  divenuto del color porpora pi vivo, e presto comincia a mutarsi d'un pallido splendente arancione, sul quale il colonnato e la grande immagine di Re si fanno di pi in pi nere.
RUFIO.
Cesare, basta con le parole: il nemico  alla porta.
CESARE,
volgendosi verso di lei, e abbandonandosi all'ira.
Gi! E che cosa lo ha tenuto a freno, da tanti mesi, dinanzi alla porta? Fu la mia follia, come tu credi, o la tua saggezza? In questo mare egiziano, rosso di sangue, quale mano ha tenuto sopr'acqua le teste di voi tutti?
[Volgendosi a Cleopatra].
Eppure quando Cesare dice ad un tale: - amico, vattene libero -, tu osi uscire furtiva a pugnalarlo nella schiena. E voi soldati e gentiluomini ed onesti servitori, quali vi dimenticate di essere, applaudite a questo assassinio e dite: - Cesare ha torto! - Per gli Dei, mi sento tentato di aprire la mano e lasciarvi sommergere tutti dal flutto che incalza.
CLEOPATRA,
con un raggio di speranza e d'astuzia.
Ma, Cesare, se fai cos, perirai tu pure.
Gli occhi di Cesare fiammeggiano.
RUFIO,
allarmato.
Per Giove Olimpico, serpentello egizio, hai detto la parola precisa, per indurlo ad uscire solo per la citt, e lasciarci qui a farci massacrare.
[Disperato a Cesare].
Avresti dunque l'idea di abbandonarci, perch siamo una banda d'imbecilli? Io non ho cattive intenzioni, quando uccido. Lo faccio come fa un cane, quando ammazza un gatto: per istinto. Siamo tutti cani alle tue calcagna; ma ti abbiamo servito fedelmente.
CESARE,
cedendo.
Ahim! Rufio, figlio mio, figlio mio, appunto come cani, ora probabilmente periremo per le vie.
APOLLODORO,
dal suo posto dietro il sedile di Cleopatra.
Cesare, le tue parole hanno un ritmo olimpico: debbono essere vere, perch sono piene d'arte. Ma parteggio sempre per Cleopatra. Se dobbiamo morire, non le verr meno la devozione d'un cuore saldo, n la forza d'un braccio virile.
CLEOPATRA,
singhiozzando.
Ma non voglio morire!
CESARE,
triste.
Oh! Ignobile! Ignobile!
LUCIO,
ponendosi fra Cesare e Cleopatra.
Ascoltami, Cesare, pu darsi che sia ignobile, ma anch'io intendo vivere quanto pi posso.
CESARE.
Ebbene, amico mio, probabilmente sopravviverai a Cesare. Credi forse che il tuo esercito e questa intera citt siano stati tenuti a bada per tanto tempo, grazie a qualche mia magia? Quale ragione avevano ieri costoro di rischiare la loro vita ad assalirmi? Ma oggi noi abbiamo gettato loro il corpo del loro eroe assassinato, ed ognuno di loro  oggi tutto occupato a spazzar via questo nido di assassini, perch tali siamo, e non altro. Dunque, fatevi coraggio! Affilate la vostra spada! La testa di Pompeo  caduta: quella di Cesare  matura.
APOLLODORO.
Cesare dispera?
CESARE,
con orgoglio sconfinato.
Colui che non ha mai sperato, non pu mai disperare. Cesare, nella buona come nella cattiva ventura, osa fissare in faccia il suo destino.
LUCIO.
Guardalo dunque in faccia ed esso sorrider, come ha sempre fatto, o Cesare.
CESARE,
con alterigia involontaria.
Osi incoraggiarmi?
LUCIO.
Ti offro i miei servizi. Cambier partito se tu mi accetti.
CESARE,
tornando improvvisamente alla realt e guardandolo attentamente, indovinando qualche cosa dietro tale offerta.
Come? A questo punto?
LUCIO,
risoluto.
A questo punto.
RUFIO.
Ma credi che Cesare sia pazzo, da aver fiducia in te!
LUCIO.
Non gli domander la sua fiducia, fin tanto che non sar vittorioso. Chiedo la mia vita, ed un comando nell'esercito di Cesare. E siccome Cesare  equo nei contratti, io lo pagher in anticipo.
CESARE.
Pagare? Come?
LUCIO.
Dandoti una buona notizia.
[Cesare indovina in un lampo].
RUFIO.
Quale notizia?
CESARE,
con tale energia lieta e baldanzosa che Cleopatra se ne scuote, e lo fissa attenta.
Quale notizia, Rufio, figlio mio? Il soccorso  giunto: quale altra buona notizia vi pu essere per noi? Non  vero, Lucio Settimio? Mitridate di Pergamo  in marcia.
LUCIO.
Egli ha preso Pelusio.
CESARE,
lieto.
Lucio Settimio, d'ora innanzi sei mio ufficiale. Rufio, gli Egiziani avranno mandato tutti i soldati fuori della citt, per impedire a Mitridate di traversare il Nilo. Nelle strade adesso non vi  che la folla... la folla!
LUCIO.
 cos. Mitridate si avanza lungo la grande strada di Menfi, per traversare il Nilo oltre il Delta. Ivi Achillas gli dar battaglia.
CESARE,
tutto audacia.
Ivi Achillas dar battaglia a Cesare. Guarda, Rufio.
[Corre alla tavola, afferra un tovagliolo e, intinto un dito nel vino, vi traccia sopra un piano, mentre Rufio e Lucio gli stanno ai fianchi per vedere attentamente, davvicino, perch il giorno  quasi tramontato].
Ecco il palazzo
[accennando sul piano],
ecco il teatro. Tu
[a Rufio]
prenderai venti uomini e fingerai di passare da quella strada
[indicandola]
e, mentre ti lapideranno, le coorti usciranno per di qua e per di qua. Ho tracciate bene le strade: non  vero, Lucio?
LUCIO.
Gi, quello  il mercato dei fichi.
CESARE,
troppo eccitato per prestare ascolto.
Le ho viste il giorno del nostro sbarco. Va bene.
[Getta sulla tavola il tovagliolo, e passa di nuovo sotto il colonnato].
Via, Britanno, va a dire a Petronio che entro un'ora la met delle nostre forze dovr imbarcarsi pel lago occidentale. Prepara il mio cavallo e le mie armi.
[Britanno esce di corsa].
Col rimanente io marcer intorno al lago e risalir il Nilo incontro a Mitridate. Via, Lucio, passa la parola.
[Lucio segue di corsa Britanno].
Apollodoro, prestami la spada e la destra per questa campagna.
APOLLODORO.
S, e il mio cuore e la vita anche.
CESARE,
afferrandogli la mano.
Accetto l'offerta.
[Grande stretta di mano].
Sei pronto all'opera?
APOLLODORO.
Pronto per l'arte... l'arte della guerra.
[Si precipita dietro Lucio dimenticando completamente Cleopatra].
RUFIO.
Andiamo. Questo davvero si chiama lavorare.
CESARE,
ardente.
S, nevvero, mio figlio unico.
[Batte le mani. Gli schiavi accorrono alla tavola].
Non pi di questi festini insipidi. Via questa roba, portatela lungi dai miei occhi, e uscite.
[Gli schiavi cominciano a sparecchiare e le tende sono tirate, chiudendo il colonnato].
Hai capito bene quanto alle strade, Rufio?
RUFIO.
S, credo: le traverser ad ogni costo, in ogni modo.
La buccina risuona insistente nel sottostante cortile.
CESARE.
Allora andiamo: dobbiamo parlare alle truppe ed incuorarle. Tu va alla spiaggia, io nel cortile.
[Va verso le scale].
CLEOPATRA
si leva dal sedile, ove  rimasta completamente dimenticata tutto questo tempo, e tende timidamente le mani a Cesare.
Cesare!
CESARE,
volgendosi.
Eh?
CLEOPATRA.
Mi hai dimenticata?
CESARE,
indulgente.
Sono occupato adesso, bambina mia, occupatissimo. Al mio ritorno aggiuster la tua faccenda. Addio, e sii buona ora, e paziente.
[Esce preoccupato dei suoi soldati e completamente indifferente al resto. Essa rimane coi pugni chiusi, muta d'ira e di umiliazione].
RUFIO.
Questa posta  stata giocata e perduta, Cleopatra. La donna ha sempre la peggio nella partita.
CLEOPATRA,
altezzosa.
Va, segui il tuo padrone.
RUFIO,
a lei nell'orecchio, con rozza familiarit.
Una parola, prima. Di' al tuo boia che se Potino fosse stato pugnalato come si deve, in gola, non avrebbe gridato. Il tuo uomo ha lavorato da dilettante!
CLEOPATRA,
enigmatica.
Come sai tu che fu un uomo?
RUFIO,
sorpreso e perplesso.
Non sei stata tu: tu eri con noi quando il fatto  accaduto.
[Essa, sprezzante gli volge le spalle. Egli scuote la testa ed apre la porta per uscire. Splende il plenilunio. La tavola  stata levata. Ftatatita appare al lume della luna e delle stelle, orante ancora dinanzi al bianco altare di Re. Rufio freme. Richiude in silenzio la tenda e dice a voce bassa a Cleopatra:]
 stata lei? Con le sue mani?
CLEOPATRA,
minacciosa.
Chiunque sia stato, che i miei nemici si guardino bene! Guardati, tu, Rufio, che osi canzonare la Regina d'Egitto, in cospetto di Cesare.
RUFIO,
guardandola biecamente.
Ci penser, Cleopatra.
[Conferma con un gesto della testa le parole, ed esce attraverso la tenda sguainando la spada].
I SOLDATI ROMANI,
nel cortile sottostante.
Ave Cesare! Ave! Ave!
Cleopatra sta in ascolto. La buccina risuona di nuovo seguita da squilli di tromba.
CLEOPATRA,
torcendosi le mani e gridando.
Ftatatita!  buio, e sono sola! Vieni da me.
[Silenzio].
Ftatatita!
[Pi forte].
Ftatatita!
[Silenzio. Cleopatra, in preda alla paura, afferra la porta e apre la tenda
Ftatatita giace morta sull'altare di Re, sgozzata, e il suo sangue inonda la pietra bianca...
...
.
...
ATTO QUINTO.
...
.
...
 mezzogiorno. Sulla spianata davanti al palazzo vi  parata militare, e la piazza  addobbata a festa. Nel Porto Orientale si vede la galera di Cesare, decorata con molto sfarzo s che par attrezzata di fiori. Essa  ancorata lungo il molo, presso ai gradini, dai quali Apollodoro scese quando s'imbarc col tappeto. Una sentinella romana  piazzata a sorvegliare una passerella. Di qui fino in mezzo allo spiazzo  stesa una guida di panno rosso, poi gira verso il nord, di fronte alla grande porta centrale, nella facciata del palazzo che chiude lo spiazzo dal lato sud. L'ampia gradinata del palazzo dinanzi al cancello, affollata delle dame di Cleopatra tutte vestite di ricchi abiti a colori smaglianti, sembra una grande aiuola fiorita. Lungo la facciata  schierata la guardia regale, agli ordini degli stessi ufficiali ai quali Bel Affris annunciava l'avvento di Cesare, sei mesi prima, nel vecchio palazzo sulla frontiera siriaca.
Lungo la facciata settentrionale, sono schierati i soldati romani, e dietro ad essi, i cittadini, alzandosi su la punta dei piedi, spiano la piazza vuota, sulla quale gli ufficiali passeggiano chiacchierando. Fra gli altri, Belzanor e il persiano. Vi  pure il centurione con in mano il randello di legno di vite. Egli s' fatto magro dalle battaglie,  calzato di grosse calzari: molto inferiore, socialmente e decorativamente, agli ufficiali egiziani.
Apollodoro si apre la strada attraverso la folla cittadina, ed interpella gli ufficiali dietro la linea dei soldati romani.
APOLLODORO.
Ehi! Posso passare?
CENTURIONE.
Fate passare Apollodoro il Siciliano.
[I soldati lo fanno passare].
BELZANOR.
Cesare s'avvicina?
APOLLODORO.
Non ancora. Egli  tuttora in piazza. Io non potevo pi resistere alle grida dei soldati. Dopo gustato per mezz'ora l'entusiasmo di un esercito, si sente il bisogno d'una boccata di aria marina.
IL PERSIANO.
Dacci delle notizie. Ha fatto uccidere i sacerdoti?
APOLLODORO.
Nooo! Tutt'altro. Essi gli sono venuti incontro sulla piazza, con la testa cosparsa di cenere, e portando nelle mani i loro Dei; li han deposti ai suoi piedi. L'unico che meritasse uno sguardo era Api: un miracolo d'oro e d'avorio. Per mio suggerimento, egli offr al gran sacerdote due talenti per esso.
BELZANOR,
inorridito.
Api! L'Onniscente, per due talenti! E il gran sacerdote, che ha detto?
APOLLODORO.
Ha invocata la clemenza di Api, e ne ha chiesti cinque.
BELZANOR.
La carestia e la tempesta desoleranno questa terra, e saranno il bel frutto del mercato.
IL PERSIANO.
Pooh! Perch Api non fece vincere Cesare da Achillas?
[Ad Apollodoro].
Vi sono altre notizie della guerra?
APOLLODORO.
Tolomeo, il reuccio,  morto annegato.
BELZANOR.
Annegato! Come?
APOLLODORO.
Insieme agli altri. Cesare li ha assaliti da tre lati, e respinti nel Nilo. La barca di Tolomeo  affondata.
BELZANOR.
Uomo meraviglioso, questo Cesare! Credi che tarder molto a venire?
APOLLODORO.
Stava regolando la questione giudaica quando io l'ho lasciato.
Dal settentrione squillano le trombe, la folla si agita: preannunziasi l'arrivo di Cesare.
IL PERSIANO.
Egli ha tagliato corto alla loro questione. Eccolo!
[Torna rapidamente al suo posto, alla testa della linea egiziana].
BELZANOR,
seguendolo.
Ol! Viene!
I soldati si pongono sull'attenti serrando le file. Apollodoro va alla linea egiziana.
IL CENTURIONE,
accorrendo, alla guardia che  alla passarella.
Attenti! Cesare arriva!
Cesare arriva in trionfo, con Rufio. Britanno li segue. I soldati lo accolgono con entusiastiche ovazioni.
CESARE.
Vedo che la mia nave mi aspetta. L'ora dell'addio di Cesare all'Egitto  arrivata. Ed ora, Rufio, che mi rimane da fare, prima della mia partenza?
RUFIO,
che si tiene sulla sua sinistra.
Non hai nominato il governatore romano di questa provincia.
CESARE,
guardando con espressione comica, ma parlando con tutta seriet.
Che diresti di Mitridate di Pergamo, mio soccorritore e salvatore? Il grande figlio di Eupator?
RUFIO.
Mah! Direi che ne avrai bisogno altrove. Dimentichi forse che tornando in patria tu hai ancora due o tre eserciti da vincere o da conquistare?
CESARE.
Davvero! Allora che diresti se io nominassi te?
RUFIO,
incredulo.
Io? Governatore? Ma che ti sogni? Non sai che sono il figlio di un liberto?
CESARE,
con affetto.
Cesare non ti ha chiamato figlio suo?
[Parlando alla folla].
Silenzio laggi, un momento: ed ascoltate me.
I SOLDATI ROMANI.
Ascoltate Cesare.
CESARE.
Ascoltate: stato di servizio, qualit, rango, nome del governatore romano. Stato di servizio: scudiero di Cesare; qualit: amico di Cesare; rango: soldato romano.
[I soldati romani irrompono in un grido di trionfo].
Nome: Rufio!
[I soldati applaudono di nuovo].
RUFIO,
baciando la mano di Cesare.
S, sono lo scudiero di Cesare; ma a che giover quando non sar pi al suo fianco?
[La commozione lo soffoca].
Ebbene... ebbene, non importa.
[Si ritira in disparte per celare la sua emozione].
CESARE.
Dov' quel mio isolano, Britanno?
BRITANNO,
avanzandosi alla destra di Cesare.
Eccomi, Cesare.
CESARE.
Chi ti comand, di grazia, di spingerti in mezzo alla mischia sul Delta, emettendo le barbare urla del tuo paese natio, e affermandoti buono per quattro degli Egiziani, ai quali regalavi epiteti ingiuriosi?
BRITANNO.
Perdonami il linguaggio che mi sfugg nel calore del momento.
CESARE.
E come riuscisti, tu che non sai nuotare, a traversare con noi il canale, quando prendemmo d'assalto il campo?
BRITANNO.
Mi afferrai alla coda del tuo cavallo, o Cesare.
CESARE.
Britanno, queste non sono le gesta di uno schiavo, ma di un uomo libero.
BRITANNO.
Nacqui libero, o Cesare.
CESARE.
Ma ti chiamano lo schiavo di Cesare.
BRITANNO.
Soltanto quale schiavo di Cesare ho trovato la vera libert.
CESARE,
commosso.
Ben detto. Ingrato che io sono, stavo per darti la libert; ma ora non mi dividerei da te per un milione di talenti.
[Gli batte confidenzialmente la mano sulla spalla. Britanno, lusingato e un po' vergognoso, gli bacia la destra].
BELZANOR,
al Persiano.
Questo romano sa farsi servire dagli uomini.
IL PERSIANO.
Gi: da uomini troppo umili per diventargli pericolosi rivali.
BELZANOR.
Oh, astuto!... cinico!...
CESARE
scorge Apollodoro in mezzo agli Egiziani, e lo chiama.
Apollodoro, affido alle tue mani l'arte dell'Egitto. Ricordati: Roma ama l'arte e la incoraggia generosamente.
APOLLODORO.
Capisco, Cesare. Roma non produrr mai l'arte; ma acquister e porter via tutto quello che le altre nazioni produrranno.
CESARE.
Come! Roma non produce arte? E la pace non  forse un'arte? E la guerra non  un'arte? E non  un'arte la politica? E la civilt non  poi un'arte? Tutto ci vi diamo in cambio di pochi ornamenti, di pochi gingilli! Avrete guadagnato s o no, nel cambio?
[Volgendosi a Rufio].
E ora, che mi rimane da fare prima d'imbarcarmi?
[Cercando di rammentarsi].
C' qualche cosa che non mi riesce di ricordare. Cosa potr essere? Ebbene, dovr rimanere incompiuta. Non posso rinunziare a questo vento propizio. Addio, Rufio.
RUFIO.
Cesare, non me ne va, di lasciarti tornare a Roma senza il tuo scudiero!... Ci sono tanti pugnali laggi!
CESARE.
Non importa: terminer l'opera della mia vita nella via del ritorno, ed allora avr vissuto abbastanza... Eppoi, mi  sempre dispiaciuta l'idea di morire: preferirei essere ucciso. Addio!
RUFIO
sospira, leva le mani in aria di trattarlo da incorreggibile.
Addio!
[Si stringono la mano].
CESARE,
salutando Apollodoro con la mano.
Addio Apollodoro, e voi tutti, amici miei. A bordo!
La passerella  spinta dalla banchina a bordo della galera. Mentre Cesare si avvia, Cleopatra fredda e tragica esce dal palazzo.  vestita di proposito in nero, senza ornamento n insegne di sorta. Cos essa contrasta notevolmente col gruppo sfarzoso delle sue dame. Passa in mezzo a loro, e si ferma sui gradini. Cesare non la vede finch'essa non parla.
CLEOPATRA.
Per Cleopatra non c' posto in questi addii?
CESARE,
ricordando.
Ah! Sentivo bene che c'era qualche cosa ancora.
[A Rufio].
Come hai potuto lasciarmela dimenticare, o Rufio?
[Affrettandosi ad andarle incontro].
Se fossi partito senza rivederti, non me lo sarei mai perdonato.
[Egli le prende la mano e la conduce in mezzo dello spiazzo. Essa lo lascia fare impietrita].
Questo lutto  per me?
CLEOPATRA.
No.
CESARE,
pentito.
Ah! Lo spensierato che sono!  per tuo fratello.
CLEOPATRA.
No.
CESARE.
Per chi dunque?
CLEOPATRA.
Chiedilo al governatore romano che tu lasci.
CESARE.
A Rufio?
CLEOPATRA.
S, a Rufio.
[Essa lo indica con sommo disprezzo].
A colui che deve regnare qua in nome di Cesare, secondo le vantate norme di vita di Cesare.
CESARE,
perplesso.
Egli dovr regnare come meglio potr, Cleopatra. Ha assunto il compito, e lo assolver a modo suo.
CLEOPATRA.
Non dunque a modo tuo.
CESARE,
dubbioso.
Che cosa intendi per modo mio?
CLEOPATRA.
Senza vendette, senza castighi, senza condanne.
CESARE,
approvando.
Gi:  quello il vero modo, il grande modo, l'unico modo possibile, infine.
[A Rufio].
Fai cos, Rufio, se ti riesce.
RUFIO.
Ma lo credo, Cesare. Me ne hai persuaso gi da lungo tempo. Ma guarda. Oggi tu navighi verso la Numidia. Ora dimmi: se incontri laggi un leone affamato, non lo castighi se vuol mangiarti?
CESARE,
domandandosi a che cosa vuole arrivare.
No.
RUFIO.
Non vendichi su di lui il sangue degli altri che esso ha gi mangiati?
CESARE.
No.
RUFIO.
Cosa fai dunque per salvare la tua vita?
CESARE,
pronto.
Lo uccido, senza risentimento, proprio com'esso mangerebbe me. Ma cosa significa questa favola del leone?
RUFIO.
Ebbene, Cleopatra aveva una tigre che, ad un suo cenno, uccideva gli uomini. Pensai che essa potrebbe uccidere te pure, un giorno. Se non fossi stato allievo di Cesare, quante... parole pi avrei potuto dire a quella tigre!... Avrei potuto castigarla. Avrei potuto su lei vendicare Potino...
CESARE,
interrompe.
Potino!...
RUFIO,
continua.
Avrei potuto condannarla. Gettai lungi da me cotale follia; e, senza risentimento, mi limitai a sgozzarla. Ed ecco perch Cleopatra ti viene incontro vestita a lutto.
CESARE,
veemente.
Ricada dunque sul mio capo, perch fu ben fatto. Rufio, se tu ti fossi insediato sul seggio del giudice e con odiose invocazioni agli dei avessi consegnata quella donna al carnefice prezzolato, per essere uccisa in cospetto del popolo, in nome della giustizia, non avrei potuto mai pi toccare la tua mano senza rabbrividire. Ma quella fu un'uccisione naturale: non ne provo orrore.
Rufio, contento, fa col capo un cenno a Cleopatra invitandola silenziosamente a prendere nota delle parole di Cesare.
CLEOPATRA,
indispettita e fanciullesca nella sua impotenza.
No: quando un romano uccide una egiziana. Tutto il mondo vedr ora quanto  ingiusto e corrotto Cesare.
CESARE,
prendendole le mani per rabbonirla.
Andiamo, non essere in collera con me. Mi dispiace, per quella povera Totatita.
[Essa ride suo malgrado].
Ah! ridi? dunque  fatta la pace?
CLEOPATRA,
contrariata con se stessa per aver riso.
No, no, no! Ma  cos buffo sentirti dire Totatita.
CESARE.
Come? Sempre bambina, Cleopatra! Non sono riuscito, malgrado tutto, a far di te una donna.
CLEOPATRA.
Tu sei un grande bambino: mi fai sembrare ridicola, perch non vuoi condurti da persona seria: ma mi hai trattata male, e non te lo perdono.
CESARE.
Dimmi addio.
CLEOPATRA.
Mi rifiuto.
CESARE,
vezzeggiandola.
Ti mander un bellissimo dono da Roma.
CLEOPATRA,
superba.
La bellezza di Roma all'Egitto, in verit! Cosa mai potr offrire Roma che l'Egitto non abbia?
APOLLODORO.
 vero, Cesare. Se il dono dev'essere veramente bello, dovr acquistarlo per tuo conto ad Alessandria.
CESARE.
Tu dimentichi i tesori che fanno la vera gloria di Roma, amico mio! Quelli non potrai trovarli ad Alessandria.
APOLLODORO.
Quali, Cesare?
CESARE.
I suoi figli. Andiamo, Cleopatra, perdonami e dimmi addio; e io ti mander un uomo, romano dalla testa ai piedi, e romano dei pi nobili; e non gi vecchio, e maturo per il pugnale, non scarno di braccia e freddo di cuore, non celante la testa calva sotto gli allori del vincitore, non curvo sotto il peso del mondo che egli regge sulle sue spalle: ma pronto e fresco, e forte e giovane: pieno di speranze la mattina, dedito alle armi il giorno, ed ai festini la sera. Vuoi un uomo cos, in cambio di Cesare?
CLEOPATRA,
anelante.
Il suo nome! Il suo nome...
CESARE.
Vuoi che sia Marcantonio?
Essa si butta nelle sue braccia.
RUFIO.
Sei poco abile a mercanteggiare, se baratti Cesare per Marcantonio.
CESARE.
Dunque adesso sei soddisfatta?
CLEOPATRA.
Non te ne scorderai?
CESARE.
Non me ne scorder. Addio... Credo che ora non ci vedremo pi: addio...
[Egli la bacia in fronte. Essa si commuove, e comincia a piangere. Egli s'imbarca].
I SOLDATI ROMANI,
mentre egli pone il piede sulla passerella.
Ave, Cesare; e addio!
[Egli sale sulla nave, e ricambia un saluto con Rufio].
APOLLODORO.
Non lagrimare, carissima Regina, sono pugnali conficcati in cuore al tuo servo. Egli torner un giorno.
CLEOPATRA.
Spero di no. Pure non posso fare a meno di piangere.
[Essa sventola il velo, mentre la nave di Cesare si muove. I soldati romani sguainano le spade agitandole in alto].
Ave, Cesare!
...
.
...
FINE.